Comune di Selegas

IL PERIODO SABAUDO E IL XIX SECOLO

IL PERIODO SABAUDO E IL XIX SECOLO

La Sardegna quando Vittorio Amedeo II, nel 1720, ne prese possesso, era in condizioni veramente tristi perchè i Vicerè spagnoli l'avevano ridotta all'estrema miseria. I pochi benefici ottenuti dall'isola furono la creazione del Supremo Magistrato della Reale Udienza, investito non solo del potere giudiziario per tutta l'isola, ma anche di attribuzioni politiche a freno dell'Autorità Viceregia. L'introduzione della stampa per opera di Nicolò Cannelles, canonico del Duomo di Cagliari, morto Vescovo di Bosa, che nel 1566 fece venire a Cagliari Vincenzo Sambenino da Salò, che impiantò una tipografia. E l'istituzione dell'Università degli Studi di Cagliari, con Bolla Pontificia del 1606 di Paolo V.

La lingua spagnola rimase in uso nelle Scuole e nei Tribunali della Sardegna fino al 1764. Nei conventi e nelle chiese fino al 1827, e nel dialetto sardo e della Trexenta, molte sono le parole catalane e spagnole che ricorrono ancora.

La dinastia sabauda adottò riforme in materia politica, militare, finanziaria e sociale.

Per tutto il primo secolo del suo dominio l'Amministrazione piemontese cercò di migliorare a suo vantaggio le condizioni della Sardegna, soprattutto, tramite il miglioramento dell'agricoltura.

Nel 1728 Selegas contava 128 fuochi, ne contava 134 nel 1698(1).

Nel 1730 il primo Re di Sardegna sabaudo, Vittorio Amedeo II abdicò a favore del figlio Carlo Emanuele III, sotto il cui Regno si ebbe un miglioramento delle condizioni generali della Sardegna. specialmen

te con la nomina a Ministro del Conte Bogino, che oltre alla fondazione delle colonie di Carloforte (1738-50) e Montresta (1749), fece riformare i Monti frumentari (1767) e favorì la creazione dei Consigli comunali(2).

Una certa incidenza ebbero in campo agricolo l'introduzione del gelso e della patata e, soprattutto, appunto, la riorganizzazione dei Monti frumentari, che esercitavano il credito in natura, anticipando ai contadini il grano per la semina, da restituirsi al raccolto con un modestissimo interesse; ciò che contribuì a limitare se non a far sparire del tutto il triste fenomeno dell'usura. Grazie all'intervento dei "Monti", la produzione media di grano aumentò. Si ebbe anche un aumento della popolazione dell'isola.

L'istituzione dei Monti granatici risaliva in Sardegna al 1650, ma fu rinnovata e quasi ricreata nel 1767(3). I Monti avevano un carattere cooperativistico, perchè alla sua dotazione concorrevano, con gratuite prestazioni di lavoro (roadìe) tutti i contadini interessati. Essi prosperarono finchè mantennero una certa autonomia di gestione; deccaddero quando il governo incominciò ad attingere per altre finalità ai cospicui fondi di una istituzione economicamente attiva.

Francesco d'Austria Este(4) nella sua descrizione della Sardegna (1812), scrisse a proposito dei Monti granatici:

"Una bellissima istituzione in Sardegna, che si deve alle cure del Re Carlo padre del Re Vittor Amedeo di Savoja, ed a quelle del dotto e saggio suo Ministro il Conte Bogino, è quella dei Monti granatici.

Sotto a questo provvido Ministro adunque si fabbricarono in tutti li principali villaggi della Sardegna dei granari pubblici a spese del re, e si comperò, e mise in ognuno di questi granari tanto grano quanto occorre per tutto il seminerio del distretto di quel villaggio. Questo grano si conserva sotto la custodia di 2 o 3 persone principali del villaggio, come i Vicarj, i Parrochi, li Giurati etc.; e al tempo del seminerio s'impresta gratis dal Monte Granatico, e dal rispettivo granajo del distretto ad ogni paesano del distretto che vuol seminare, tanto grano, quanto esso abbisogna di seminare col patto, che al tempo del raccolto il paesano restituisca al granaro pubblico, ossia al Monte Granatico altrettanto grano quanto ha preso per seminare, e un'ottava parte di più, cioè 1/2 imbuto per starello. Quindi se ha preso 8 starelli ne restituisce 9; e questo è giusto anche perchè il grano suol costare molto più al tempo del seminerio, che a quello del raccolto.

Di questa ottava parte del tutto che rientra di più di grano, che non si è speso dai granari, non so se due, o uno per cento ne ha il vantaggio il Direttore Generale dei Monti Granatici (che ora è il Marchese Buil, che sta a Cagliari), e forse 1 per 100 le persone sue subalterne; che forma il loro pagamento, il resto va ad aumento dei medesimi Monti granatici, che poi a un'occasione di carestia servono anche d'una pubblica rissorsa come servirono nella carestia dell'inverno del 1812).

Le persone poi dei villaggi, alle cui cure sono affidati i parziali granaj dei villaggi, come i Vicarj, Parrochi, Giurati, Signori, etc. hanno per pagamento quello che chiamano l'accrescimento, cioè siccome il grano si mette nei granaj nel tempo caldo estivo della raccolta il grano è secco, ed occupa meno spazio: stando fino all'inverno nei granaj, che sono più umidi, il grano gonfia, e cresce di 5 per 100 per esempio 100 starelli messi alla raccolta diventano 105. Questo 5 per 100 se lo dividono quelli che hanno l'amministrazione e la custodia del granajo pubblico nel villaggio, e questo serve di loro pagamento.

Ecco in cosa consiste questa bella istituzione dei Monti granatici, utilissima in un paese, che vive d'agricoltura, e ove i paesani sono poveri."

Il Valery, nel suo Viaggio in Sardegna del 1834(5), scrisse a sua volta:

"Indipendentemente dalla fecondità del terreno, una bella istituzione contribuisce all'abbondante e costante produzione dell'agricoltura sarda: quella dei Monti granatici e nummari, magazzini per il prestito del grano e dell'orzo a tutti i contadini, i quali hanno diritto di reclamare ciò che occorre per la semina, e di avere in prestito al mite interesse dell'uno per cento, il denaro di cui hanno bisogno per acquistare le bestie da soma e gli arnesi aratori. queste istituzioni così benefiche, così popolari, quasi degne dei tempi futuri di emancipazione onestamente sognati prima della rivoluzione, e meno ingenua

mente ripresi ai nostri giorni, queste vere banche del lavoratore, che esistono fin nei più piccoli villaggi, e che sono sorvegliate da una giunta generale che risiede a Cagliari..."

Alla coltivazione dei gelsi e all'allevamento del baco da seta dedicò un poemetto in ottava rima in lingua sarda campidanese il gesuita Antonio Porqueddu, nato a Senorbì nel 1743 e morto nel 1810. Questi soggiornò per qualche tempo a Torino, dove i contatti con gli ambienti di Corte e governativi lo indussero ad assecondare in qualche modo la politica riformatrice piemontese, propaganadando anche in Sardegna la gelsicoltura. Il suo poemetto intitolato "Su tesoru de sa Sardigna", fu pubblicato nel 1779(6).

Tuttavia, alla mancata evoluzione in senso moderno dell'agricoltura isolana concorsero due importanti elementi, strettamente connessi alla politica perseguita dalla Casa Savoia nel Governo della Sardegna: da una parte la conservazione, in certo senso obbligata per impegni internazionali, dell'ordinamento feudale ereditato dagli spagnoli, e dall'altra il mantenimento della condizione di preminenza e di privilegio dei centri cittadini, e di Cagliari in special modo, nei confronti delle popolazioni delle campagne(7).

Ai feudatari di origine iberica i regnanti di Casa Savoia aggiunsero ed in certo senso contrapposero con ulteriori infeudazioni un certo numero rilevante di nuovi Baroni. Nè derivò, specialmente nei distretti di pianura dove erano prevalenti le attività agricole, una situazione di stallo, che finì

per ripercuotersi pesantemente sulla produzione granaria. La vita nel feudo rimase come bloccata; ai vassalli era preclusa ogni possibilità di riscattarsi dalla soggezione baronale e di ottenere migliori condizioni di vita(8).

Le proprietà private erano pocchissime, come poche erano le tanche recintate. La massima parte del territorio rientrava nel Demanio feudale e le singole comunità ne avevano una certa disponibilità con le "vidazzoni", estensioni di terreno aperto e dissodato posto per lo più intorno all'abitato di ciascuna villa. Su di esse si esercitava l'alternanza fra "seminerio" e "paberile" (o riposo a pascolo) secondo un criterio di rotazione variamente determinato(9).

Poichè i lotti delle "vidazzoni" erano, assegnati a tempo, per una sola annata o per pochi anni, difficilmente avveniva che un contadino curasse con migliorie e concimazioni il fondo assegnatogli(10).

L'agricoltore si preoccupava del raccolto di una sola stagione, ben sapendo che l'anno successivo il terreno poteva passare ad altri.

Peraltro, il Governo piemontese lasciò inalterato uno dei capisaldi della legislazione spagnola, quello del cosidetto "arbitrio frumentario", che stabiliva i limiti entro i quali i contadini erano assoggettati, oltre a numerosi altri adempimenti, a diversi obblighi e restrizioni(11).

Sul totale delle "consegne" e dedotti i quantitativi per le semine, per i bisogni familiari dei coltivatori e per l'approvvigionamento delle città "insierro", il Vicerè stabiliva il prezzo d'afforo, che era un prezzo politico, mai remunerativo per i produttori, e determinava la quantità destinata all'esportazione(12).

Il Bogino lasciò insoluti anche altri problemi di fondo, quali la formazione di una rete stradale che favorisse il commercio interno, la creazione di una marineria mercantile, l'impianto di manifatture e d'industrie.

A proposito delle condizioni dei villaggi della Sardegna, delle sue proprietà, obblighi verso il loro feudatario, prestazioni al padrone, alla Chiesa; e alla divisione del territorio in feudi, Francesco d'Austria Este scrisse(13):

"La Sardegna è tutta divisa in tanti feudi... che comprendono un distretto di terre, e possessi, cioè villaggi, campi, pascoli, boschi, e territori incolti conceduti in diversi tempi dai Sovrani della Sardegna a certe famiglie benemerite, o nobili a titolo di feudo...

...Questi feudi sono popolati di paesani, abitanti delle ville, e queste famiglie suddite di paesani sono proprietari delle loro case, del loro bestiame, dei loro utensilj rurali e mobili, più hanno una certa quantità di terra loro assegnata in proprietà nel feudo, che non è in quantità uguale, ma diverso in ogni feudo, che resta in ogni qualunque caso proprietà di quella famiglia di paesano da padre in figlio, e di

cui possono anche per testamento disporre in caso di morte senza figli, e non mai queste terre rustiche ricadono né al feudatario, né al Sovrano.

Il paesano le coltiva con la sua famiglia, ed il suo bestiame, paga le decime di tutto alla Chiesa, le quali si dividono fra il Vescovo, e li Canonici, o Rettori, che hanno le parrocchie, secondo una certa proporzione fissata diversamente in ogni luogo. Più il paesano deve pagare al suo padrone, o feudatario (o al re se il feudo è vacante) tanti starelli di ogni sorta di grano dopo il raccolto quanti egli semina ogni anno, e questo ugualmente in anni buoni, e cattivi. Più deve pagare un testatico al padrone, cioè per ogni maschio della sua famiglia che abbia passato credo 15 anni uno scudo all'anno, e piccolissime prestazioni di ovi, galline, di vitelli, ove hanno bestiame al pascolo.

Del resto il paesano non paga altro, che non è obbligato né a lavori per il padrone, né ad altre prestazioni, né pel padrone, né pel Sovrano, fuorchè se vi è passaggio di truppa in marcia deve dare loro l'abitazione e fuoco, e lume: ma essendo molto grande l'ospitalità in paese, danno liberamente gratis anche il mangiare al soldato; poi debbono contro un fisso pagamento dare carri per trasporto de' bagagli delle truppe di stazione, orzo pei cavalli etc..

La porzione poi di terre del feudo, che è in proprietà del feudatario padrone il paesano non è obbligato a coltivarle; e il padrone deve venir a patti col paesano acciò che gliele coltivi. Questi patti sono o un contratto d'affitto; ovvero il contratto di dimezzare il

raccolto; p.e. il paesano deve coltivare, seminare il terreno, tagliar il grano, batterlo, e poi detratte le decime la metà del prodotto di grano è per lui, e la metà del padrone...Pagano poi i villaggi un certo quanto all'anno, che è ben poco, e si troverà accennato nella lista che ho fatto dei nomi, e popolazioni dei villaggi di Sardegna, e ciò per titolo di contribuzione annua per fare, e mantenere le strade, e i ponti nel regno, che viene ripartito su tutti li possessi...".

Nel 1770 il Vicerè Conte Hallot des Hayes e di Dorzano(14), in occasione di una sua visita a tutti i villaggi della Sardegna, riunì anche i Sindaci ed i Censori delle due Parti della Trexenta: Partito di Guasila (comprendente Pimentel, Ortacesus, Barrali, Guamaggiore e Guasila) e Partito di Senorbì (comprendente: Senorbì, Selegas, Seuni, S. Andrea, S. Basilio e Arixi), per un'inchiesta sulle condizioni della Sardegna condotta su interrogatori alle Autorità e agli abitanti dei villaggi, mirante a raccogliere gruppi di dati, secondo un determinato ordine: elezione dei Sindaci, Amministrazione della giustizia, abusi, discolismo, fazioni locali, Monti granatici, ecc..

Il Conte partì da Cagliari il 3 marzo 1770 accompagnato dal Generale delle Armi Conte Badat, colla maggior parte dei Reggimenti Saluzzo e Sardegna, e con buona parte della più alta nobiltà e dei più cospicui feudatari, che si trovavano nella città; la maggior parte dei quali, nei pressi di San Pantaleo (Dolianova) lasciarono il Conte, col quale rimase il Conte Badat(15).

Terminate le udienze a San Pantaleo e a Sicci, il Conte con tutta la comitiva s'incamminò verso Senorbì accompaganto per un lungo tratto di cammino(16): "...dalli Monsign.re Arcivescovo e Marchese Vico di Conquista, e strada facendo, come anche il giorno precedente è risultato il piacere all'E. S. di vedere i seminati copiosi, con apparenza d'un abbondante ricolta.

Proseguendo il cammino verso Senorbì s'incontrò lungi due ore da questa villa il Reggidore del Marchesato di Villasor, accompagnato dal podatario, Cavagliere Piras, Consultori e Curiali, unitamente al Rettore, Curati ed Ecclesiatici, li quali scesi a terra felicitarono l'E. S. e dopo un breve complimento, montati a cavallo, ed incorporati coll'altra Gente del seguito si giunse a Senorbì verso le ore 11 del dì 4 marzo coll'accompagnamento di numerosa cavalleria.

Nell'entrare in questa villa si trovò tutta la Fanteria, e delle ville vicine sulle armi, fiancheggiando la Contrada dalle prime case sino all'abitazione destinata per S. E., la quale appena smontata da cavallo, si portò a visitare quella chiesa parrocchiale, che ritrovò ben Ufficiata, e con sufficienti suppelletili, con avere mandato frattanto avviso circolare a tutti li Ministri di Giustizia, Sindaci, Censori, e qualunque altro individuo delle Undici ville della Trexenta à dovere, cioè li primi portare gl'atti e processi, e gl'altri a rassegnare all'E. S. qualunque Rappresentanza ricorso, o lamento, mentre si sarebbe reso ad ognuno compimento di Giustizia; e di fatti comparirono li seguenti Sindaci, à quali sendosi fatti interrogazioni risposero in sostanza quanto segue...".

Il Sindaco di Senorbì dichiarò(17):

"Che la nomina del Sindaco vien fatta nella maniera seguente, cioè:

allo scader del tempo raccorre al Reggidore il Sindaco con supplica per il permesso dell'elezione di cinque probiuomini, li quali formano col Ministro di Giustizia ord.° la terna di tre soggetti, uno dei quali vien dal pred. Regid. nominato, poscia con licenza dello stesso Regidore si riunisce la Communità tutta per conferire la Procura al nuovo eletto; e per esso atto li Ministri di Giustizia esiggono un discretto dritto.

Il Sindaco esige dalla comunità 20 scudi annui a titolo di stipendio...

...Successivamente si sono pure presentati li Sindaci delle quattro Ville seguenti, del partito di Senorbì, cioè Francesco Corona, Sindaco della villa di Seuni, Francesco antonio Serra Sindaco d'Arixi, Giò Antonio Porru Sindaco della Villa di San Basilio, e Francesco Castangia Sindaco di Selegas...

...Questi interpellati tutti separatamente hanno assicurato nelle loro risposte, riconoscere cadauno una retta amministrazione di Giustizia tanto per parte della Curia maggiore, quanto dal canto de' Ministri ordinarj.

Che nel rispettivo dipartimento non vi regna alcun malvivente, nè discolo e che la nomina de' Sindaci viene fatta nella stessa guisa, che si pratica nella villa di Senorbì.

Che non vi ha barracelli, alla riserva nella Villa di Selegas, mentre rispetto alle altre Ville per la piccolezza dei loro territori, e distretti bastano gl'Eletti, che vengono nominati dalle rispettive loro Communità per custodire i beni comuni...

...Essendo stata l'E. S. informata da ministri della visita generale, che quell'Uff.le del partito di Senorbì, per nome Mauro Antonio de Villa, avesse commesso mancanza in Ufficio, che si riporta nella pezza intrascritta piuttosto considerata provvenir da ignoranza, e semplicità, che da positiva dolosa malizia, per la genuina confessione del med. e presentazione degli atti si è perciò l'E. S. contentata di prescindere da quella pena, a castigo che avrebbe potuto meritare, con fargli provare gli effetti di una clemenza, avendolo fatto licenziare dall'impiego di uff.le di Giustizia... Questa determinazione ha prodotto un buonissimo effetto in tutto il dipartimento della Trexenta e si è immediatamente ordinato al regidore di surrogarvi altro soggetto, che fu interinalmente nominato Giuseppe Antonio Carrus di Selegas, persona di sufficiente abilità...

...Ha S. E. voluto essere informata degl'avanzamenti de' Monti Granaticj, egli è risultato esservi la quantità di starelli di grano come sotto.

Senorbì St. 1749

Seuny " 216

Sèlegas " 360

S. Andrea " 119

S. Basilio " 516

Arrixi " 516

PARTITO DI GUASILA

Pimentel St. 863

Ortachesus " 879

Barrali " 313

Guamajor " 344

Guasila " 240

."

Nella sopracitata relazione non si accenna alla istruzione e all'analfrabetismo, alle comunicazioni (strade e servizio posta, ponti), alla ricchezza o povertà degli abitanti, al fattore demografico e all'industria sia pure casalinga, mentre ben poco si rileva sul regime tributario feudale, sul pagamento del donativo, sui reati più frequenti, sul regime delle incariche e dei guidatici.

Certe volte, come a Senorbì e, quindi, anche a Selegas i cinque probiuomini formano la terna col Ministro di giustizia e invece che dal feudatario (se questi è assente) la nomina viene fatta dal reggidore del feudo. segue, sempre col permesso del reggidore, la riunione della Comunità per conferirgli il mandato.

Si nota che Selegas è esente dalla piaga del discolismo, che invece è notevole in parecchi villaggi della Sardegna.

Risulta evidente il benefico impulso dato dal Bogino ai Monti granatici. Quasi tutti i villaggi ne hanno uno ed in condizioni assai prospere.

Risulta che per Selegas, come per tutto il partito di Senorbì, non sia stata fatta una ricognizione sommaria dei tributi feudali e dei doveri degli abitanti.

La Trexenta risulta, inoltre, fortunata per quanto riguarda i furti di bestiame e i danneggiamenti alle colture.

Come conseguenza della visita del Vicerè nei villaggi della Sardegna, si ebbe l'Editto del 24 settembre 1771, col quale veniva, radicalmente, modificata e ridotta ad uniformità la composizione dei Consigli civici e dei Consigli commutativi. L'Editto riduceva da cinque a tre le classi dei cittadini eleggibili: la prima era formata dai Cavalieri e laureati; la seconda da Notai, Procuratori, negozianti ed altri che potessero contare su adeguate rendite; la terza da Notai e Procuratori aspiranti a passare nella categoria superiore, da mercanti, bottegai e professionisti (con esclusione, quindi, degli artigiani e degli agricoltori)(18).

Veniva stabilito che ogni villa che avesse almeno 40 fuochi dovesse avere un Consiglio commutativo eletto da tutti i capi famiglia. Il numero dei Consiglieri variava a seconda della consistenza demografica delle ville(19).

La popolazione era divisa in tre ordini, in base al censo: primo, mezzano e infimo.

Alla prima categoria appartenevano i cosidetti "principales": Nobili e Cavalieri, professionisti, laureati, Ufficiali di giustizia, Ufficiali delle truppe miliziane di cavalleria e fanteria, e ricchi

proprietari; alla seconda i produttori che coltivassero un certo numero di starelli di terra e possedessero uno o più gioghi di buoi; alla terza i meno abbienti e i nullatenenti(20).

Il primo votato della prima classe aveva la qualifica di Sindaco e durava in carica un anno. L'anno successivo veniva sostituito dal primo dei Consiglieri della seconda classe, e così il terzo anno dal primo dei Consiglieri della terza classe. Le competenze del Consiglio erano molto ampie(21).

Continuò a persistere l'anacronistico ordinamento feudale, che costituì il più rilevante ostacolo al progresso civile, economico e sociale dell'isola. Il regime feudale continuava a gravare sui vassalli di tributi, contribuzioni e prestazioni, che erano di tre specie: reali, personali e giurisduizionali. A queste si aggiungeva la "Decima" dovuta agli Enti ecclesiastici. In media i contribuenti pagavano più di un quinto di ciò che seminavano; il gravame maggiore ricadeva sui massai, che possedevano uno o più gioghi di buoi da lavoro per la coltivazione dei propri terreni. Infatti, i pochi "principales", spesso direttamente legati al feudatario, godevano di speciali agevolazioni; mentre parte della popolazione del villaggio era costituita da nullatenenti (la media contributiva di questa categoria era del 20% del valore delle sementi, quella dei "principales" era del 10%, mentre quella dei massai superava la metà del grano seminato)(22).

Le terre coltivate erano divise in tanche chiuse da muri a secco o da siepi e in vidazzoni. Il tratto di terreno per lo più irriguo, permanentemente destinato alle coltivazioni, era denominato "sa segada de

sa jua". Nel "padru" (terreno pascolativo per cavalli, buoi e vacche da lavoro o nel "saltu" (bosco e macchia) per il bestiame rude allo stato brado, ogni pastore aveva in concessione una "cussorgia", terreno non delimitato da confini ben definiti, più o meno esteso in rapporto alla consistenza del gregge, su cui esercitava un diritto di pascolo, e nel quale poteva impiantare una capanna(23).

"La Sardegna è un paese fertilissimo specialmente per grani; il suo terreno in tutte le parti di pianure, e di colline dolci, e valli è grasso e fertile...". Così si esprimeva nel 1812 Franceso d'Austria Este(24), e così proseguiva:

"...Di grani si semina moltissimo frumento, niente di segala perchè tutti mangiano pane bianco, del resto nascerebbe come il frumento. Seminano orzo per cavalli, e per far pane; ma avena non ne seminano, sebbene nascerebbe bene, e produrrebbe molto, si vede l'avena selvatica, che nasce fra l'orzo; ma per i cavalli sardi dicono che riscalda troppo senza dar bastevole nutrimento, perchè mangiano paglia e non fieno.

Fieno non v'è nè in tutta la Sardegna, che come una rarità in alcuni luoghi... L'unica erba che tagliano è l'orzo che seminato fitto a posta per tagliarlo più volte in erba, e serve di purga, e nutrimento ai cavalli, e al bestiame in primavera, e la chiamano fruina; ma quest'orzo non matura, serve solo per erba. Del resto hanno a proporzione pochi prati, in Sardegna, solo in certi luoghi; del resto il bestiame va al pascolo sui campi non coltivati, nelle terre incolte, nei sterpi e nei boschi, e così pascola tutto l'anno: nelle montagne d'e

state trova più nutrimento...I campi generalmente in Sardegna non danno che un solo prodotto all'anno, e riposano un anno, e producono l'altro. Alle volte dopo il raccolto d'un anno in autunno arano, e alla primavera a marzo riseminano il grano, e chiamano questo il secondo raccolto: ma il grano seminato a marzo non dà tanto.

Le ulive, e piante d'ulive sono anche nelle vigne, ma per lo più sono in boschetti separati, detti Uliveti, ove non vi sono che alberi d'ulive...La vigna cresce, fiorisce, l'uva matura, e si fa la vendemmia alla fine di settembre o al principio di ottobre, e il vino nuovo si beve in gennaio, e non avendo cantine stentano a conservare il vino al di là di un anno...

...Tornando alla coltura dei campi per prova del terreno buono si sono fatte delle prove, che qualche buon terreno coltivato bene con particolare cura, ingrassato, etc., ha dato fino a 70 volte la semenza, mentre nel paese si computa come una straordinaria abbondanza il frumento da 15 volte la semenza, e l'orzo 20 volte; ma a anni comuni il frumento dà 10 volte circa, e l'orzo 14 volte la semenza in buoni terreni fertili, ma coltivati alla sarda...Le fave danno assai più, danno 20 volte la semenza in anni comuni, e anche fino a 30 volte.

I terreni si arano due volte, e dai più diligenti anche tre volte; ma in tutto l'estate è difficile di arare perchè non piove mai, o pochissimo, onde arano in maggio o giugno, poi all'autunno prima di seminare, arano poco profondo, anche nei terreni più grassi con soli due bovi sardi, che sono piccoli e deboli, onde non possono arar profondo.

Seminano nel decembre, e gennaro nella pianura, cioè arano dopo le pioggie alla fine di ottobre, o di novembre secondo gli anni, e poi seminano...L'orzo si semina a dipresso nel medesimo tempo, che il frumento e ambedue maturano in giugno, e alla fine di giugno, o fra il 15 e 30 giugno si comincia a tagliare il frumento, e anche l'orzo contemporaneamente, lo tagliano con le falci e senza legarlo in mazzi, lo trasportano sui carri, o cavalli alle aje, che sono luoghi vicini ai villaggi di terra battuta, ma luoghi aperti, esposti alla pioggia ed alle intemperie senza tetto, ove poi in luglio, ed agosto battono il grano, cioè lo fanno calpestare dalle bestie, da cavalli, o bovi, e la paglia in Sardegna non serve che per nutrir le bestie in luogo di fieno, e il grano lo insaccano.

Il villano di tutto deve dare le decime alla chiesa, oltre ciò, nel tempo che si batte il grano nelle aje girano capucini, francescani, e tanti frati mendicanti d'ogni sorte, e vanno da aja in aja a mendicar il grano dal villano, a cui lo domandano, ora in onor di un santo ora d'un altro e fanno temere il villano, che se lo ricusa il raccolto futuro sarà cattivo, che quel santo non lo proteggerà, e il villano allora dà a tutti, e spesso dà tanto che ben poco gli resta per lui fra quello che dà alla chiesa, al padrone del feudo, ai frati; e quindi è che spesso non conviene ai villani di seminar di più, non avendone gran profitto.

Li villani hanno, nelle loro case delle camere, o magazeni ove ripongono il loro grano, se hanno vino lo tengono sotto un piccolo tetto in una botte, le fave le tengono col grano amucchiato nelle camere, la paglia l'amucchiano nei loro cortili, giardini.".

Agli inizi del XIX secolo, nonostante la presenza nell'isola della Corte sabauda, che aveva trovato rifugio in uno Stato proprio, sfuggendo all'invasione francese dell'Italia settentrionale, la situazione interna si faceva sempre più preoccupante in diversi paesi e in genere nella zona cento-orientale dell'isola.

Addiritura ad una piccola guerra si giunse tra Fonni e Villagrande Strisaili e Villanova Strisaili dall'altra, per questioni di pascolo(25).

Un passo avanti per il riordino amministrativo fu compiuto con l'istituzione di 15 Prefetture aventi competenza anche in materia giudiziaria, a Cagliari, Oristano, Iglesias, Villacidro, Mandas, Tortolì, Laconi e Sorgono, nonché Sassari, Alghero, Tempio, Ozieri, Bosa, Nuoro e Bono.

Selegas, dal 1807, in seguito al Regio Editto del 4 maggio, fece parte della Provincia di Mandas, sede di Prefettura.

Sino al secolo scorso sopravisse in Sardegna una singolare organizzazione militare a carattere volontaristico, che costituì una forza ausiliaria a disposizione del Governo, soprattutto per la tutela dell'ordine pubblico: Le Compagnie miliziane.

Le origini delle Compagnie miliziane sono assai antiche, e non è facile stabilire il periodo della loro costituzione anche perchè, spesso, vennero fuse con altre similari (barracelli, pratargi, vidazzonargi, ecc.) ed agivano di concerto quando si trattava di sopperire ai bisogni dell'ordine.

Capitano della fanteria miliziana e ricco proprietario terriero fu Giorgio Marcello di Selegas, appartenente ad una famiglia originaria di Tiana.

Egli si era, appunto, distinto nella difesa di Cagliari, contro i francesi, e nel 1793 ottenne il Cavalierato ereditario e la Nobiltà(26). Nel 1782 aveva ottenuto il Cavalierato ereditario e la Nobiltà anche il seleghese Francesco Felice Serra, appartenente ad una famiglia originaria di Nurri, che si era reso benemerito durante la carestia del 1780(27).

Nel 1783 lo stesso istituì una Commenda dei SS. Maurizio e Lazzzaro, e ottenne il predicato di Santa Maria(28).

Suo figlio Giuseppe Agostino, nel 1824, chiese il titolo marchionale che non gli fu concesso; nello stesso periodo la famiglia si trasferì a Cagliari(29).

Le Compagnie miliziane nell'800 erano ancora bene organizzate e si consideravano come un Corpo regolare. Constavano di 12 Battaglioni, per tre quinti di milizie a piedi e per il resto a cavallo(30).

I fanti erano conosciuti col semplice nome di miliziani, mentre i cavalieri assunsero, nel 1836, il nome di cacciatori miliziani.

Ogni Battaglione era composto da sei Compagnie con una forza di circa 150 uomini.

Il Battaglione di Cagliari, a cui appartenevano i miliziani di Selegas e della Trexenta, contava 1520 unità. Ciascun Battaglione possedeva un adeguato numero di Ufficiali e Sottufficiali.

Queste truppe agivano spessissimo con le truppe di ordinanza e disimpegnavano servizio d'ordine pubblico, di ronda, di scorta e di traduzione prigionieri.

L'armamento consisteva in una "cannetta", fucile ad avancarica dalla canna lunga e fine, nonché da "sa stiredda", specie di daga per i miliziani, sciabola e pistolone per i cacciatori.

L'uniforme è ancora notissima in Sardegna, perché la indossa uno squadrone che, in omaggio agli antichi tempi, e ad un voto municipale, scorta il Protettore dell'isola, Sant'Efisio, nella sua Sagra di maggio. Consiste in un berrettone e giubetto rossi, cinturone di pelle con ricami di seta, gonnellino e uose nere, calzoni ampi di lino bianco.

Non tutti i miliziani, però, specialmente dell'interno, indossavano questa uniforme e spesso prestavano servizio in abiti borghesi, solo muniti delle armi prescritte.

Con Pregone del 22 dicembre 1863, tutti i sudditi del Regno sardo, vennero obbligati, toccando i 20 anni, a prestare servizio in questa

Milizia, ma furono così numerose le esenzioni che, di fatto, il reclutamento continuò a essere volontario.

Durante quei tempi e specialmente dopo la promulgazione del Decreto 3 marzo 1832, il servizio regolare di polizia civile e giudiziario, venne disimpegnato dal Reggimento di Cavalleggeri di Sardegna, in collaborazione con le Compagnie miliziane.

Nel 1847, comandava il Battaglione di miliziani di Cagliari, col grado di Maggiore, il Conte Raffaele Lostia di Santa Sofia.

Nel 1851 non si hanno più notizie delle truppe miliziane e dei Cavalleggeri.

Le prime erano state abolite, i secondi erano stati incorporati, nel 1853, nella nascente Arma Reale dei Carabinieri.

Nel 1811-12 si abbattè sulla Sardegna una carestia che fu paragonata a quelle memorabili del 1728 e del 1780. Dopo due annate abbastanza povere, il 1811 fu caraterizzato da mancanza di piogge ad aprile e da un caldo eccessivo a maggio. Mentre infieriva un'epidemia di vaiolo, l'approvvigionamento dall'estero si era reso difficile più che dalla guerra marittima in corso contro i francesi di Napoleone Bonaparte, dalla mancanza di soldi(31). "Consunte le biade -scisse il Martini- i poveri ed anche la gente in prima non bisognosa, presero a pascersi a modo di brutti d'erbe silvestri anche nocive alla Biblioteca comunale; intiere famiglie emigrarono dalla loro stanza in cerca di vitto; ed informata alle ossa la pelle, lacere le vesti, a passi stentati, e con gemiti e grida compassionevoli, recarono la desolazione e il lutto, ovunque, facendo di sé lamentosa mostra". Anche il raccolto del 1812

fu molto modesto, e il prezzo del grano si mantenne altissimo, malgrado le misure di rigore annunciate ai produttori. Le conseguenze economiche e sociali furono disastrose(32).

Tuttavia, nel 1816, si ebbe una carestia anche peggiore. A rendere intollerabile la situazione dei più poveri contribuì il freddo eccezionale dell'inverno 1815-16, mentre si diffondeva un'epidemia che causava un'eccezionale mortalità, soprattutto fra il marzo ed il maggio 1816, e che sarebbe cessata solo nell'agosto(33).

Nel 1812, Selegas contava 800 abitanti(34).

Nel marzo 1816, nacque a Selegas, Padre Agostino Meloni, entrato come frate minore nel Cenobio di San Mauro; si laureò a Cagliari in teologia e, quindi, si trasferì a Roma per studiare lingue orientali. Fu premiato da Papa Gregorio XVI con sette medaglie d'oro.

Nel 1850 ottenne a Torino la cattedra di Sacra Scrittura e di lingue orientali. Soppresse le cattedre di teologia in tutto il Regno, divenne "applicato" alla Biblioteca dell'Università di Cagliari. Qui morì nel luglio del 1873(35).

Nel 1832 venne restaurata la chiesa di Sant'Anna, che nel 1700 era stata dotata di due statue lignee devozionali, opera di Giuseppe Antonio Lonis, nativo di Senorbì: la statua di Sant'Anna e quella della Vergine d'Itria.

Le statue del Lonis sono le migliori fra le opere di artisti locali sardi dell'epoca, per fattura e colorazione.

Formatosi a Napoli alla scuola dei figurinai di presepe, il Lonis tenne bottega a Cagliari, nel quartiere di Stampace, e lavorò intensamente per oltre 50 anni(36).

Le sue opere si osservano, oltre che a Selegas, in alcune chiese di Cagliari; anche in molti altri centri del Campidano si conservano ancora le tracce della sua opera e di quella di numerosi suoi allievi e imitatori: nessuno dei quali, però, raggiunse il dignitoso livello artistico del "maestro"(37).

Il 6 ottobre 1820, Vittorio Emanuele I firmava il "Regio Editto sopra le chiudende, i terreni comuni e della Corona e sopra i tabacchi nel Regno di Sardegna". L'Editto delle Chiudende stabiliva che qualunque proprietario avrebbe potuto liberamente "chiudere di siepe o di muro, o vallar di fossa, qualunque suo terreno non soggetto a servitù di pascolo, di passaggio, di fontana, o d'abbevveratoio ecc.". L'applicazione dell'Editto incontrò notevoli resistenze nell'isola. Nella

antica Provincia di Cagliari le chiusure andarono abbastanza a rilento. Ma, anche qui, vistosissimi patrimoni furono costruiti con l'arraffare Demani comunali, e le domande dei decreti di concessione furono più numerose nei centri più ricchi (in Trexenta, soprattutto a Senorbì).

Nella Provincia di Cagliari risultava chiuso un quarto del territorio della città capoluogo; un quinto ad Uta; molto ad Assemini, Pula, San Sperate; molte vigne risultavano chiuse a Quartu, Quartucciu, Selargius e Pirri; abbastanza si era chiuso a Decimomannu, Serramanna e Sestu; poco o pochissimo negli altri 40 Comuni(38).

Dalla possibilità della chiusura non veniva esclusa nessuna categoria di terreni, nemmeno i beni della Corona, dei Comuni e della Chiesa. Questo provvedimento favorì il consolidarsi della grande proprietà terriera da parte dei benestanti, a danno dei piccoli contadini, che non erano economicamente in grado di effettuare le recinzioni, che dovevano essere fatte con siepi o muri o fossi. Si ebbero, perciò, e anche a causa delle ambiguità della legge, numerose e violente sommosse, represse anche nel sangue.

Nel nuorese, verso il 1830, le popolazioni si sollevarono contro l'Editto(39).

Per meglio chiarire la natura dei disordini, si riportano i versi del grande poeta dialettale sardo Melchiorre Murenu, che denunciano gli abusi e le violenze che furono elevate a sistema nell'attuazione dell'Editto:

Tancas serradas a muru

fatas a s'afferra afferra

si su chelu fit in terra

bo serraizis cussu puru.

L'Editto delle Chiudende segna anche l'accelerazione di quel processo inarrestabile di frammentazione della piccola proprietà fondiaria, che arriva, oggi, a forme alluccinanti.

Contemporaneamente, in linea con le "nuove" concezioni dell'epoca, apparve la necessità dell'abolizione del sistema feudale, che era d'impedimento all'attuazione dell'Editto sulle Chiudende, e veniva astrattamente considerato un residuo della barbarie medioevale.

Si arrivò, così, all'Editto del 12 maggio 1838, che stabiliva che i terreni dei feudi divenissero proprietà della Corona, qualora non fossero passati in proprietà dei privati o dei Comuni. Si riscattarono, pagando abbondantemente i feudatari tramite un debito pubblico che gravò interamente sugli ex vassalli sardi, i settanta feudi esistenti con i 344 villaggi che li componevano. Anche in questo caso gli abusi e le contestazioni furono numerosissimi.

Selegas, come il resto della Trexenta, fu riscattata ai de Silva Alagon, Marchesi di Villasor.

Nel 1842, sotto il Regno di Carlo Alberto si ebbe l'introduzione del Sistema Metrico Decimale dei pesi e delle misure.

A Carlo alberto si deve anche l'unione della Sardegna agli Stati continentali, ed il merito di aver promosso una certa liberalizzazione nel commercio dei prodotti agricoli; e ciò costituì un forte incentivo per l'aumento della produzione in vista di maggiori profitti per l'esportazione.

Per quanto riguarda il Sistema Metrico Decimale, c'è da dire che in tutta la Sardegna, si continuò a far uso dei vecchi sistemi di misurazione, a livello non ufficiale, fino alla prima metà del 1900.

Nella Sardegna meridionale la misura del grano e d'ogni sorta di granaglie e legumi era lo starello (Moi). Quanto alla misura del peso, la libbra sarda conta 16 oncie. Il quintale 104 libbre.

La misura di lunghezza era, in generale, in tutta la Sardegna il palmo. Otto palmi equivalgono ad una canna.

E', a questo proposito, interessante riportare quanto scrisse Francesco d'Austria Este, nella sua descrizione della Sardegna del 1812(40):

"...Del resto le altezze di muri etc. si contano a trabucchi; ma le distanze da luogo a luogo, la lunghezza delle strade non si computano a miglia, ma ad ore di cammino, e per un'ora di cammino si computa la strada, che si fa a cavallo in un'ora andando di passo, ma d'un passo affrettato, detto portante in paese, che equivale al passo affrettato d'un uomo a piedi...I fluidi come vino, oglio si vendono a boti...

...Riguardo alle monete in Sardegna l'infima moneta del paese è il Cagliarese che vale due denari; e il soldo Sardo ha 6 Cagliaresi, ossia 12 denari; poi vi sono i Reali e li mezzi Reali moneta d'argento erosa; e i reali valgono 5 Soldi sardi, e i mezzi reali 2 1/2 Soldi. La Lira sarda ha 4 reali, ossia 20 Soldi Sardi; ma la lira Sarda moneta è ideale, però tutti i computi si fanno in Lire sarde. Moneta reale d'argento buona è lo Scudo Sardo, che equivale 2 1/2 Lire sarde, ossia 50 Soldi sardi; così esiste il mezzo scudo di 25 Soldi, il quarto di Scudo di 12 1/2 Soldi...Le monete sarde d'oro sono la Doppietta sarda di 2 Scudi e 5 soldi, ossia 21 reali, o 105 Soldi sardi...".

Poichè si constatarono subito le gravi difficoltà che si opponevano all'adozione di un sistema completamente nuovo e radicalmente diverso da quelli tradizionali, si consentì di usare ancora i nomi di alcune misure locali, modificandone, però, il valore, in modo che corrispondesse a quantità decimali intere: così, per esempio, lo starello, come misura di superficie, avrebbe avuto il valore di 4000 metri

quadrati o di 40 are,; come misura di volume, il valore di mezzo ettolitro. Mentre il valore della quartana, misura per i liquidi, veniva stabilito in mezzo decalitro. Per ciò che riguarda i pesi, 3 once vennero fatte corrispondere a un etto, e una libbra di 12 once a 400 grammi. Queste misure si continuarono a usare fino alla seconda guerra mondiale, quando: cinque centesimi si chiamavano ancora, in Trexenta, e più in generale nella Sardegna meridionale "tres arrialis", i dieci centesimi "unu scudu", i venticinque centesimi "mesu pezza", i cinquanta centesimi "cincu soddus", e i 75 centesimi "pezz'e mesu".

Nelle campagne della Trexenta è, poi, ancora in uso, per indicare l'estensione dei terreni, il termine starello o Moi (Moggio).

Nel 1830, Alberto La Marmora, che visitò la Trexenta, scrisse(41):

"...Da Mandas la strada nazionale, terminata già da più di 20 anni, non arrivava a quest'epoca che presso il villaggio di Serri: ma essa è stata poi ripresa, e da questo punto di Serri si divide in due rami, uno da cui comincia la strada dell'Ogliastra... e l'altra, passando per Isili, Nurallao e Laconi, dove si ferma, sarà prolungata sino a Nuoro...

...Il bacino della Trexenta, malgrado la sua rinomata fertilità in cereali colpisce il viaggiatore per la nudità cagionata dal difetto dell'acqua, ed anche l'acqua potabile vi manca: quella che si beve è poca e salmastra: le persone agiate dal villaggio la fanno trasportare da lontano...

...Io ho dei dati geologici e stratigrafici sufficienti per credere che il foramento artesiano in questo luogo verrebbe coronato d'un felice successo. Tutto questo bacino, formato da depositi terziarj molto recenti, e stratificati regolarmente, s'appoggia sopra i monti di formazione più antica, elevandosi verso levante. Da questi punti devono infallibilmente scaturire delle sorgenti d'acque sotterranee per scolare nelle parti inferiori del bacino in questione, e probabilmente qualche scandaglio felice e ben diretto farebbe salir le acque alla superficie del piano...".

In effetti, le messi del bacino mal drenato della Trexenta, famosa per la fertilità dei suoi terreni, hanno per secoli rischiato di essere compromesse dall'eccesso di umidità presente nel suolo e nell'aria, e dalle inondazioni. I corsi d'acqua erano tutti a regime torrentizio e le piogge autunnali provocarono e provocano tuttora straripamenti impetuosi.

Le Carte geografiche militari permettono di localizzare, verso la fine del XIX secolo, una dozzina di zone paludose.

Per Selegas, la Carta dell'Istituto Geografico Militare del 1898, segnala i seguenti corsi d'acqua, paludi e depressioni, sorgenti e pozzi: Riu Mitzixedda, Riu Canali, Riu Piscina Trigus, Gutturu Mitza Orrù, Pozzo Bois, Sorgente Pauli Bangius(42).

I ruscelli che formavano un torrente a S.S.E. dell'abitato, furono presi in esame anche dall'Angius, nella sua descrizione di Selegas del 1845. Egli scrisse(43):

"...Il territorio ha piani inclinati più spesso orizzontali, scarseggia di fonti, di bosco, di selvaggiume eccettuate le lepri e qualche volpe.

Scorrono entro il medesimo due rivi nelle due sunnotate valli, provenienti uno dal territorio di Seuni, l'altro ed è maggiore, dalle fonti di Gesico, i quali si riuniscono agli ultimi termini della pendice, su cui siede il paese, al suo ostro-scirocco in distanza di più di un miglio presso la strada da esso ad Ortacesus.

Nel paese bevesi dai pozzi un'acqua salmastra e pesante...".

L'Angius descrisse anche l'economia del paese, nonchè un riepilogo di quanto accertato dal Censimento eseguito nel 1812(44).

"POPOLAZIONE. Nel censimento della popolazione dell'isola altre volte indicato si notano per Selegas anime 816, distribuite in famiglie 182 e contenute in case 159.

Nel rispetto dell'età e del sesso furono poi distinte così: sotto i 5 anni maschi 64, femmine 41; da 5 a 10 anni, mas. 49, femm. 45; da 10 a 20 maschi 95, femm. 87; da 20 a 30 mas. 75, femm. 72; da 30 a 40 mas. 64, femm. 48; da 40 a 50 mas. 38, femm. 37; da 50 a 60 mas. 36, femm. 29; da 60 a 70 mas. 12, femm. 15; da 70 agli 80 mas. 5, femm. 4.

Nel rispetto poi della condizione domestica erano distinti i maschi in scapoli 131; ammogliati 289, vedovi 18, totale 438; le femmine in zitelle 203, maritate 154, vedove 41, totale 378.

I seleghesi sono riputati persone laboriose e pacifiche, ma come gli altri, poco industri.

La massima parte di essi attendono all'agricoltura, pochi alla pastorizia e più pochi ai mestieri.

La scuola elementare è frequentata da circa 18 fanciulli, ma sinora ha nulla giovato.

I seleghesi hanno per cura della loro salute un chirurgo.

Le malattie ordinarie sono le infiammazioni toraciche e le febbri periodiche autunnali.

AGRICOLTURA. Il territorio in parte cretaceo, in parte sabbioso, trovasi attissimo per i cereali e per la coltura delle viti.

L'ordinaria seminagione è di starelli 1000 di grano, 200 d'orzo, 350 tra fave e legumi.

La produzione mediocre del grano è del 10, quella dell'orzo del 14, quella delle fave del 15.

Si semina poco di lino, quanto basta per le tele necessarie alle famiglie, occupandosi tutte le donne, quando han finito le altre facende domestiche, a filare e a tessere.

La coltivazione delle piante ortensi è assai ristretta.

La vigna prospera nella conveniente esposizione che può avere, e la vendemmia produce assai per la consumazione del paese e per bruciarne acquavite.

I fruttiferi hanno siti opportunissimi, ma sono poco curati e quindi poco notevole il loro numero.

Deve però farsi eccezione in rispetto degli olivi, dei quali è un gran numero. E' degno di menzione l'oliveto del commendatore Serra.

PASTORIZIA. L'angustia dei pascoli non ha permesso che quest'industria si allargasse, quindi il numero dei capi è ristretto nelle tre specie, porcina, pecorina e vaccina.

I branchi diversi dei porci non danno forse un totale di 700 capi; le greggie di pecore possono avere capi non più di 2500; gli armenti delle vacche non numerano forse 100 capi.

Il bestiame manso si computa di buoi per l'agricoltura 60, di cavalli e cavalle 55, di giumenti 160, di porci 70.

Il suprfluo del formaggio vendesi fuori del paese. Esso è di mediocre bontà per la mala intesa manipolazione.

L'apicoltura è negletta sebbene il clima la favorisca.

COMMERCIO. Le derrate di questo paese si smerciano principalmente in Cagliari. Il prodotto delle vendite forse non sopravanza le le 80mila lire...".

La produzione di leguminose (ceci, lenticchie, fave) non rappresentava ancora, all'epoca dell'Angius, che il 20 per cento dei seminati (in Trexenta). Gli orti erano rari e le coltivazioni e i raccolti di cavoli, zucche e meloni, bastavano appena alla domanda locale(45).

In una società contadina in cui il bestiame, e più ancora i buoi da lavoro, costituisce la vera ricchezza, la Trexenta è manifestamente sfavorita. Se quasi ogni famiglia possiede, verso la metà del XIX secolo, il suo asino da mola, si contano, in totale, meno d'un giogo di buoi ogni due famiglie, un cavallo ogni 4, un maiale ogni 5, una vacca ogni 8. Questa carenza di animali da lavoro, spiega il fatto che

in Trexenta non si raccogliessero verso il 1657-79, che 6-7 ettolitri di grano per famiglia, e non vi seminassero, verso il 1834-50 che 2,2 ettari per coltivatore(46).

In quel periodo, si può calcolare che la metà della superficie della Trexenta veniva coltivata un anno su due, percentuale molto elevata per la Sardegna. Il villaggio di Selegas, con l'80 per cento di terre coltivate (in misure di grano) era ai primi posti, preceduto da Suelli, in testa col 92% e da Senorbì con l'86%(47). Sui migliori terreni si coltivava, in genere, il grano duro, seguendo una rotazione biennale. Sui terreni mediocri si coltivava l'orzo, che veniva panificato, e serviva come alimento di base per la maggioranza della popolazione(48).

Il grano era riservato alle famiglie ricche benestanti oppure serviva per lo scambio e il pagamento di certi tributi. Occorre aggiungere che le fave non erano destinate soltanto all'alimentazione del bestiame: fino ad un periodo molto recente, i poveri si nutrivano di fave fresche e secche, per intere settimane(49).

Ai tempi dell'Angius, solo l'8,7% della popolazione attiva era composta di pastori, contro l'85,2% di agricoltori(50). Il grosso delle greggi nomadi era costituito, nell'insieme della regione, da pecore, capre e maiali, vacche e cavalli, che venivano portati al pascolo sui soli territori sufficientemente dotati di saltus incolti, come Sant'Andrea Frius e San Basilio, oppure, come nel caso dei maiali, anche più lontano(51).

I rari pascoli dei villaggi come Selegas, erano riservati, durante l'estate, agli animali domestici (che in inverno stazionavanoo nella casa del loro padrone, ed erano alimentati con fave, orzo e paglia).

Infine, la maggior parte degli abitanti della zona erano costretti ad andare a cercare la legna da ardere a molte ore di distanza, in particolare sulle terre di Sant'Andrea Frius e di San Basiliio, dove, secondo l'Angius, gli abitanti si erano talmente specializzati come taglialegna, da trascurare gli altri lavori agricoli(52).

Sono assai interessanti i rilievi che possono trarsi dalla sentenza pronunciata il 3 marzo 1860 dal Tribunale di Cagliari nella causa promossa dai Sindaci di Selegas, Senorbì, Guasila, Ortacesus e Guamaggiore contro l'Amministrazione Demaniale di Cagliari, al fine di riconoscere ai predetti Comuni come "da tempo immemorabile in tutto il circondario della Trescenta, sotto il nome di salto Aresti si intesero sempre indicati i salti specificatamente denominati Planu Sanguni e sue adiacenze Casargius, Brigargius coi salti annessi a questo denominato S'Acqua Cotta in giurisdizione di Villasor" e riconoscere altresì come, da tempo immemorabile, i Comuni attori godettero dell'ademprivio di pascolo sul Salto predetto di S'acqua Cotta(53).

La richiesta dei cinque Comuni della Trexenta reclamanti il riconoscimento di un diritto d'ademprivio sulle pasture del comprensorio di S'acqua Cotta, tra Assemini e Villacidro, non può essere mossa da una cervellotica pretesa dei Sindaci.

Come può essere sorto questo diritto di pascolo su un territorio che, dai villaggi predetti, dista in media almeno 45 chilometri di strade vicinali, posto che le attuali strade non esistevano?

Si è di fronte ad un fenomeno di transumanza di greggi in pianura, fatto assai raro in Sardegna. E doveva trattarsi di transumanze di greggi ovini, posto che i pascoli di S'Acqua Cotta sono adatti esclusivamente per i detti greggi. Questo Salto, denominato Aresti, perchè destinato al bestiame brado, doveva essere goduto da tempo immemorabile dalle popolazioni di Selegas, Guasila, Senorbì, Guamaggiore e Ortacesus(54). L'ademprivio dei pascoli scaturisce dall'istituto pubblico romano della "pascua pubblica", del pascolo pubblico romano "ademprivia seu pascua comunis", che era una terra a pascolo collettivo di una o più ville(55).

Anche nella seconda metà del 1800 i beneficiari principali del commercio con la Trexenta erano i mercanti di grano. Del resto il condizionamento posto dalle piccole proprietà, assai diffuse, il regime successorio, lo scambio ineguale e la politica del grano, hanno bloccato -per secoli- lo sviluppo di ogni forma sia pure la più primitiva, di capitalismo agrario e di conseguenza qualsiasi forma di trasformazione dell'ambiente naturale delle zone fertili, non solo in Trexenta, ma in tutta la Sardegna.

Anche in periodi di forte diminuzione demografica, la grande proprietà difficilmente superava i 12-16 ettari. E la maggior parte degli appezzamenti erano manifestamente troppo piccoli per poter garantire da soli il sostentamento d'una famiglia coltivatrice(56).

In questi anni e fino ai primi decenni del secolo seguente, le classi agricole in genere, in Sardegna, erano gravate da fortissimi tributi, soprattutto indiretti, per cui si creò ben presto una situazione in cui un numero sempre crescente di piccoli e minuscoli proprietari coltivatori furono costretti a lasciarsi espropriare per inadempimento fiscale.

La maggior parte degli abitanti annetteva importanza vitale ai diritti d'uso collettivo sulle terre incolte e su quella parte dei terreni comunali che venivano distribuiti ogni anno fra i capifamiglia. Queste mini-propietà, inoltre, erano abitualmente disperse ai quattro angoli del territorio(57).

Con l'Editto delle Chiudende, che avrebbe dovuto portare al superamento del regime di comunione della terra con l'agevolare la formazione della proprietà perfetta, si era sperato di trasformare le tecniche di coltivazione con il conseguente incremento della produzione e quindi con un sicuro aumento del reddito derivante dalla pratica agricola.

In realtà i risultati seguiti all'applicazione dell'Editto furono contradditori e, per certi versi, deludenti e negativi.

In seguito a questo provvedimento i tradizionali problemi del mondo delle campagne, derivanti da uno sfruttamento precapitalistico della terra, continuarono a rimanere insoluti ed ancor più aggravati.

Lo stesso provvedimento abolitivo del sistema feudale, imposto dall'alto senza la minima pressione politica dal basso, non produsse, sul piano economico complessivo, risultati apprezzabili. L'abolizione

del feudalesimo, pur liberando il popolo sardo da un giogo economico, politico e sociale assurdo ed anacronistico, non mutò la condizione materiale della popolazione.

L'abolizione del feudalesimo, inoltre, non intaccò i privilegi goduti dal clero, e la popolazione rurale continuò a pagare il diritto di Decima su tutti i prodotti derivanti dall'attività agricola e pastorale.

Con la costituzione del Regno d'Italia nascono i Censimenti Ufficiali della Popolazione effettuati, questa volta, con scadenza decennale, fino ai nostri giorni.

Per Selegas si registrano 1131 abitanti nel 1861, 1048 nel 1871, e 910 nel 1881(58).

La Trexenta ha risentito in maniera particolare dell'epidemia di colera che ha colpito la Sardegna nel 1871, e, soprattutto, delle conseguenze della propagazione di una serie di malattie delle piante, che ebbe inizio nel 1850 con la crittogramma, continuò nel 1878 con la peronospera; e culminò nel 1883 con la filossera, da cui conseguì la distruzione dei vigneti.

Inoltre, l'intera agricoltura dell'Europa occidentale subì un grave colpo dalla concorrenza con l'agricoltura Nord-americana, che ne mandava in rovina i piccoli agricoltori.

La Trexenta, allora come oggi, importante area agricola che produceva grano, si trovò, più che altre regioni, esposta alla concorrenza del mercato Nord-americano.

Inoltre, fra il Censimento del 1861 e quello del 1871, si verificò una diminuzione degli abitanti pari all'8,2%, mentre complessivamente, gli abitanti della Sardegna aumentarono, nello stesso lasso di tempo, dell'8%. Il decremento continuerà a verificarsi ancora nei decenni successivi e fino al 1901.

La politica protezionistica adottata dai Paesi europei, e, quindi, anche dall'Italia, aggravò ulteriormente le condizioni degli agricoltori, soprattutto dei più piccoli, in quanto produttori di merci non protette e acquirenti di manufatti industriali i cui prezzi andavano aumentando in conseguenza del protezionismo, che giovava, dunque, solo allo sviluppo delle industrie. La "guerra delle tariffe" doganali daneggiò fortemente la Sardegna, come il resto delle regioni meridionali; da tempo l'isola aveva intrarpreso intensi rapporti commerciali con la Francia, verso la quale esportava notevoli quantità dei suoi prodotti agricoli e dell'allevamento, soprattutto bovino; questi rapporti vennero, di colpo, drasticamente ridotti