Comune di Selegas

IL MEDIOEVO

IL MEDIOEVO

La Trexenta dai romani passò, come il resto dell'isola, ai Vandali nel 456 d.C. e, quindi, ai Bizantini nel 534 d. C..

Ai vandali, ma forse ancor prima ai punici, si deve il legame che unì, per tutto il Medioevo, la Sardegna all'Africa. Inoltre, la Chiesa Sarda era legata a quella d'Africa, così come per la Sardegna passava la via che univa il Papa alla Chiesa Africana. Né il rapporto Sardegna-Africa, fu col tempo, dimenticato: ancora nel XII secolo il geografo arabo Edrisi, così si esprimeva a proposito della popolazione dell'isola(1): "I sardi sono di schiatta Rum Afariqah (latina d'Africa); sono gente di proposito e valorosa, che non lascia mai l'arme".

Con la conquista bizantina la Sardegna formò una delle sette Provincie africane, messe alle dipendenze di un Prefetto del Pretorio residente a Cartagine; ebbe, però, come la Numidia e la Mauritania, un proprio Praeses e un proprio Dux(2).

Mentre il Praeses, che aveva il compito d'occuparsi dell'Amministrazione civile, risiedette a Cagliari, il Dux (Duca), al quale era affidata l'Amministrazione militare, ebbe come sede Forum Traiani (Fordongianus), centro utile al controllo dei barbaricini(3).

La cultura greca ebbe grande importanza nel processo di modellamento e di influenza nei confronti delle istituzioni economico-sociali e delle tradizioni della Sardegna.

Con la cacciata dei vandali, il cristianesimo orientale fu liberamente praticato dai monaci eremiti in tutte le contrade sarde(4).

I monasteri a rito greco furono, anche in Sardegna, affollatissimi(5).

S. Teodoro fece la grande riforma monastica eliminando dal monachesimo il quietismo contemplativo orientale e imponendo il lavoro obbligatorio in tutti i monasteri da lui dipendenti, nonchè l'eliminazione della schiavitù(6). Il principio basilare fu contenuto nella massima: "Il monaco deve vivere in Dio, ma senza cessare di essere attivo ed utile ai suoi simili."

La febbre monastica giunse a tal punto che nel X secolo si dovette vietare la trasformazione delle chiese in monasteri, limitando a 8-10 il numero dei monaci per il servizio di chiesa. Anche in Sardegna fiorirono i monasteri rurali e le aziende agrarie fiorite intorno ad essi debbono essere state assai numerose ed estese(7).

Dal principio del VII secolo, la Sardegna subì gli influssi ecclesiastici di Bisanzio, più che di Roma(8). Se ne ha traccia nei nomi e nel culto dei Santi del menologio greco: a Selegas, basti ricordare Sant'Elia e la Madonna d'Itria, una "Goiditria", cioè Madonna del Buon Cammino, la cui chiesa è posta lungo l'antica strada punica e romana che da Cagliari conduceva verso il Gerrei e le altre regioni Centro-orientali dell'isola; una caratteristica costante delle chiese dedicate a questa Madonna è, appunto, la loro ubicazione in prossimità di strade esistenti in epoca storica. La chiesetta della Madonna d'Itria doveva essere la parrocchiale o, comunque, la chiesa intorno alla quale sorgeva il centro rurale romano-bizantino e basso-medioevale di Arcu o Arcusila, ancora abitato nel XII-XIII secolo e ricordato in un

Componimento pisano del 1322-58. Arco o villa d'Archo, è nominato anche nei conti del sale del 1347/8, 1362/3 e 1389/91, risulta disabitato nel 1421(9).

Un'altro centro sopravvissuto nel periodo bizantino doveva essere il centro rurale che sorgeva nei pressi del nuraghe Nuritzi, dove sono stati ritrovati reperti archeologici di quell'epoca(10).

Anche in località Santo Stefano(11), dove sono state ritrovate resti di tombe paleo cristiane, doveva sorgere un centro abitato, con relativa chiesa, dedicata al Santo, la cui statua, secondo alcuni, è, tuttora, custodita nella chiesa parrocchiale di Sant'Anna.

L'obbligatorietà del lavoro cui erano tenuti i monaci deve aver provocato la razionalità dei monasteri, con ricche produzioni, tali da determinare nell'isola il risveglio generale dell'agricoltura. Fu un risveglio generale di attività agricole e artigianali che posero la Sardegna nelle condizioni di organizzarsi politicamente e militarmente, e di resistere agli attacchi arabi, respingendo i loro tentativi di sottomettere l'isola(12).

Quasi bilingue era la Chiesa sarda nel nono e decimo secolo, e greche le iscrizioni nelle chiese: e in caratteri greci è scritta qualcuna delle più antiche carte sarde. I sardi non avevano nessun interesse a perdere quell'ombra di indipendenza che li legava all'Impero Romano d'Oriente, il quale per molti secoli fu l'unico Stato che avesse una flotta, la quale contrastasse agli arabi il dominio del Mediterraneo(13).

Ancora oggi il culto di San Teodoro è abbastanza vivo in Sardegna ed il Santo è venerato come Patrono a Siurgus, toponimo uguale a quello di un monastero del Monte Athos. Anche S. Basilio e Sant'Andrea Frius derivano il loro nome dal culto bizantino.

Il cristianesimo in Trexenta si diffuse molto presto, in considerazione del fatto che la regione era importantissima per le ricchezze che vi circolavano col mercato granario, per la massa degli schiavi che era necessario strappare al paganesimo. Per tali motivi, il cristianesimo, entrando nelle terre imperiali, portò una ineluttabile rivoluzione sociale, introducendovi numerosi culti, che sono, appunto, particolarmente e quasi esclusivamente della Chiesa greca.

A Selegas abbiamo Sant'Elia, il Santo degli eremiti montani. A Siurgus sorgeva un monastero dove si festeggiava la Chimisis, la Vergine addormentata: la nostra Assunta. E alla Vergine addormentata, vestita di bianco e carica d'oro, coi sandali dorati, come una vera Imperatrice bizantina, accorrevano dalle ville frumentarie della Trexenta, gli aratori e i mietitori degli attuali villaggi e di quelli oggi scomparsi. Salivano al grande Santuario in devoto pelegrinaggio, con canti sacri(14).

Nel IX secolo, la Sardegna, che era stata virtualmente abbandonata da Bisanzio, era amministrata da un Ipatos o Console, che aveva assorbito le funzioni di Duca e di Preside. Dopo la completa conquista della Sicilia da parte degli arabi, la situazione nel Mediterraneo divenne difficile e, data la lontananza da Bisanzio e la mancanza di aiuti militari, si costituì un nucleo di maggiore resistenza contro gli ara

bi, che continuamente assaltavano le coste dell'isola. Per una migliore difesa e per una più accurata amministrazione, la Sardegna fu divisa in quattro zone o Luoghi, da cui ebbero origine i quattro Giudicati autonomi di Cagliari, di Arborea, di Torres e di Gallura.

Dal Kamil di Ibn al Atir e dagli storici arabi posteriori, si apprende che le incursioni arabe sarebbero iniziate nel 710-711, si ripeterono nel 735-736, nel 752-753, nell'816-817 e, ancora, nell'821-822, per riprendere nel 934-935 e, infine, nel 1015-1016 con la massiccia impresa di Museto, comprendente un centinmaio di navi e un migliaio di cavalli(15). L'incursione moresca, a intervalli e spesso massiccia, provocò danni ingentissimi alle popolazioni rivierasche e a tutta l'economia agricola della fascia costiera, per una profondità di 10 o 20 chilometri. Il timore di cadere nelle mani degli incursori, indusse le popolazioni più esposte ad abbandonare terre e villaggi, arrettrando all'interno.

L'ossessionante azione araba creò in tutta la fascia costiera lo squallore e il deserto, per cui sparirono interi villaggi e città fiorenti.

Così anche le fiorenti aziende agrarie create dal monachesimo nelle zone litoranee. Al loro posto ricrebbe il cisto e l'asfodelo, e per lunghi secoli rimasero in completo abbandono.

Nelle sue cronache, Ibn al Atir descrive la Sardegna come un'isola abbondantissima di frutta, e Abu-al-Maliasin conferma la notizia, considerandola ricca produttrice d'ogni sorta di frutta(16).

Intanto i quattro Giudicati di Cagliari, Gallura, Arborea e Torres, sorti in seguito all'isolamento da Bisanzio, si consolidavano, riuscendo, infine, con l'intervento delle Repubbliche di Genova e di Pisa, a porre fine alle scorrerie arabe.

Il Giudicato di Cagliari occupava la parte meridionale ed orientale dell'isola, quello di Arborea la parte Centro-occidentale, Logudoro o Torres quella Nord-occidentale, la Gallura, infine quella Nord-orientale.

Il tracciato dei confini era forse dettato originariamente da preoccupazioni difensive contro le incursioni degli arabi, ma poteva contemporaneamente riflettere la suddivisione tra rami differenti di una medesima famiglia.

La grande pianura del Campidano era ripartita tra i Regni di Cagliari e di Arborea; il massiccio montuoso della Barbagia tra Cagliari, Arborea e Logudoro.

Il Giudicato di Cagliari era il più esteso, con il tratto costiero più lungo, e comprendeva due grandi regioni dedite all'agricoltura: la pianura alluvionale del Campidano meridionale e, ai suoi margini, le colline marnose e calcaree del Parteolla e della Trexenta.

I documenti che dopo tre secoli di tenebre e quasi di silenzio, nella seconda metà dell'XI secolo riprendono a divvenire numerosi, ci mostrano un popolo che parla e scrive già un linguaggio romanzo derivato dal latino, quello che ha conservato meglio i suoni, il timbro e

la struttura latina. Questo linguaggio si estendeva quasi uniforme su tutta l'isola, ma già si profilavano i caratteri, che, accentuandosi, dovevano separare il dialetto campidanese dal logudorese.

Selegas fece parte della Curatoria della Trexenta, nel Giudicato di Cagliari.

Il primo cenno su Selegas si trova nell'atto di donazione di Torgotorio, Giudice di Cagliari, fatta a suo figlio Salusio di Laccon(17).

Nel 1057 lo scisma fra la Chiesa Latina e Greca, fu per la Sardegna un fatto storico con profonde e complesse conseguenze.

La Chiesa Sarda, a culto e rito greco, legata alla Chiesa Orientale per aver ascritto a questa i propri Vescovi, si trovò ad un tratto come in mezzo ad un cataclisma(18). Deve essere avvenuta la secolarizzazione dei monasteri, consistente nelle concessioni di questi ai Giudici. I monaci, posti dinanzi all'aut-aut: o con noi e, quindi, accettare culti e riti Latini e trasferire alla Chiesa Romana tutti i diritti e poteri della Chiesa Sarda, oppure attendersi anche un'azione di forza: risoluti a perdere tutto, devono aver legato i loro beni ai Giudici, che divennero, così, proprietari dei fondi. Questo vastissimo patrimonio passò, nei secoli successivi (XII-XIII secolo) in potere dei monasteri Benedettini(19).

Nel Medioevo giudicale le aziende dei Benedettini si estendevano in ogni contrada dell'isola.

Particolarmente regolamentata era la cerealicoltura, d'importanza vitale per l'isola. La coltura della vite ebbe un notevole sviluppo ed

anche la coltura dei fichi, cara ai monaci greci, si mantenne anche nelle aziende Benedettine(20). La consociazione della vite con gli alberi da frutto era molto praticata. Si coltivavano il melo, il pero, il fico, il castagno, il pesco, l'albicocco, il susino, il mandorlo, il ciliegio e, particolarmnte, il sorbo e il giaggiolo(21).

Base dell'organizzazione agricola era la "domos", costituita da accorpamenti di più fondi, più o meno estesi e che, se coltivati, rappresentavano le unità poderali più razionali.

Le "domos" dovevano avere una schietta struttura religiosa, dovevano risalire al VII-IX secolo, come "massae" ecclesiastiche(22). La domo si divideva in due parti agrariamente distinte: parte coltivata "domestia" e parte destinata agli allevamenti del bestiame, denominata a seconda della sua natura: pratu, saltu, silva.

La "domestia" la si arava e coltivava variamente: a orto, frutteto, oliveto, vigna, e a cereali. Le domestiche dovevano estendersi, per la maggior parte dei casi, intorno al monastero e/o alla chiesa titolare della domo(23). Nella domo vi erano anche servi e serve.

Il servo agricolo nel XII e XIII secolo era uno schiavo della gleba, che per crudele destino di nascita, doveva servire, senza possibilità di riscattarsi, malgrado potesse celebrare nozze legittime, contrattare e possedere terreni, essere attore e testimonio in giudizio. Nel contempo egli poteva essere però oggetto di compravendita, di divisione, di permuta e di donazione(24).

I figli nati da servo erano servi anche loro, e se i genitori erano di due diversi padroni, i loro figli venivano ripartiti fra i padroni; se ne avanzava qualcuno, questo veniva posseduto per latus, ossia per metà. Il servo era considerato "quadrupedia" ossia quadrupede. Era "integru" (intero), quando il proprietario possedeva i quattro piedi; era "ladus", quando ne possedeva solo la metà o due piedi; "in tres pedes", quando ne possedeva 3/4 ossia tre piedi; "un pede", un piede, quando ne possedeva 1/4. Le frazioni inferiori ad un piede si calcolavano in giornate di lavoro.

I servi, a seconda del lavoro che facevano, venivano variamente classificati: v'erano i "terrales", che erano destinati alla coltura dei campi; "servos de juales", destinati a carri e aratri trainati da buoi, ecc..

Oltre i servi, nelle "domos" e fuori di queste, vi erano i "liveros de paniliu", discendenti da liberti e obbligati a taluni servizi presso il padrone da cui in origine dipendevano, seguendo le sorti del patrimonio cui erano legati. Per cui potevano essere venduti, pignorati e donati. Erano questi i "maistrus in perda e calcina et in ludu et in linna", che completavano, con i loro mestieri e con il loro lavoro artigianale, le necessità del centro in cui viveno.

Le attività fondamentali del centro curtense erano quelle agricole, che venivano chiamate "opere" e che consistevano nell'"arare, messare, vineare, ecc.". Il lavoro era svolto in gran parte dai servi. Alle donne erano affidate, soprattutto, la casa, la filatura, la tes

situra "genezu donnigu"; era consuetudine che le donne "moiant et cogant et purget et sabunerent et filent et tessant et, in tempus de messare, messent omnia lunis, sas ki non ant aere genezu donnigu".

La classe più numerosa nelle ville sarde era formata dai servi. Ogni distretto territoriale, ogni villa viveva della produzione interna. Mancava l'occasione e l'esigenza dei commerci. La moneta non era che l'unità di misura per gli scambi in natura. La ricchezza era rappresentata principalmente dal possesso dei servi destinati alla produzione dei frutti della terra. Perciò la struttura delle classi sociali era molto semplice: ad una classe di potenti e di privilegiati faceva appena riscontro una grande massa d'inferiori(25).

A capo della scala sociale, accanto al Giudice, stavano i parenti più stretti della sua famiglia, i fratelli e i figli, ai quali erano riservate le cariche maggiori del Regno e venivano concesse le terre più redditizie. Venivano poi gli altri parenti della famiglia giudicale, pur essi privilegiati. Seguiva la classe più numerosa dei Nobili e potenti che formava l'aristocrazia del Giudicato. Essa era costituita dagli alti funzionari ecclesiastici, Vescovi e Abati, e dalle famiglie più ricche, i cui membri erano detti "Majorales"; anche a questi venivano concesse cariche pubbliche(26).

La Chiesa, con i suoi Vescovadi e monasteri, grandi possessori fondiari dell'isola, godeva di larghe immunità finanziarie e perfino giurisdizionali(27).

Nelle ville rurali vi erano sicuramente liberi dotati di piccoli possessi fondiari e di servi, ma non erano molto frequenti, né la loro condizione si distingueva marcatamente da quella dei coloni e dei servi che avevano guadagnato una parziale libertà(28).

L'organizzazione amministrativa del Giudicato era fondata sopra una divisione in distretti territoriali denominati "Curatorie", posti sotto il governo di un funzionario Regio, eletto direttamente dal Giudice, che aveva il titolo di "Curatore".

Questi distretti erano formati da un numero più o meno ampio di ville legate ad un determinato territorio e rispondenti verso una villa più importante, la quale fungeva da capoluogo.

Il Curatore era posto alle dipendenze immediate del Giudice e aveva il governo generale del distretto. Egli soprintendeva all'esazione dei diritti fiscali e alla prestazione delle opere dovute al Giudice e ai suoi rappresentanti; sorvegliava sui beni spettanti al pubblico potere e alle ville; esercitava un controllo sugli agenti Reali del distretto, ecc.. Nello stesso tempo, il Curatore aveva la giurisdizione ordinaria del distretto. Contro la sentenza del Curatore era ammesso ricorso al Tribunale suprenmo del Giudice. Inoltre, il Curatore aveva funzioni di polizia e regolava il servizio armato, sia per la guardia delle ville, sia per il servizio armato dovuto, in determinati casi, al Giudicato(29).

E' probabile che il Curatore tenesse la sua residenza nella villa più importante del distretto, dove si radunava l'assemblea locale (Corona); ma questa villa non aveva un'organizzazione diversa, né diritti superiori alle altre(30).

Nel territorio della Curatoria sorgevano le ville organizzate nella Scolca, la guardia giurata che proteggeva i beni ed i prodotti di ogni centro rurale, ed aveva per capo un pubblico funzionario, il "Majore", a cui competeva la polizia della villa ed il controllo dei minori funzionari curtensi(31).

Il Majore era alle dipendenze del Curatore da cui era eletto per un biennio o anche per un numero maggiore di anni. Egli dirigeva l'amministrazione della villa, provvedeva alla sicurezza del suo territorio, apprezzava i danni recati alle coltivazioni e alle persone, assisteva il giudice ordinario nel Tribunale(32).

L'organizzazione della villa sarda si esprimeva, come si è detto, nella Scolca. Questa indica una guardia, una custodia che si rivolgeva, principalmente, alla difesa della proprietà privata ed aveva perciò un precipuo scopo di polizia interna, non già uno scopo militare(33).

Nel marzo di ogni anno, tutti gli abitanti della villa, tra i quattordici e i settant'anni, giuravano di non recar danno ad alcuno nelle persone e negli averi e di denunciare tutti coloro che avessero recato danni. Questo giuramento riguardava tanto lo spazio abitato, quanto quello circostante delle coltivazioni, che formavano la cosidetta "Habitacione"(34).

A capo di questa società stava, appunto, il Majore, che prendeva, perciò il nome di Majore de Iscolca, insieme con le guardie giurate (Jurati) e con le altre minori cariche curtensi(35).

La villa abbracciava tutto lo spazio sottoposto all'autorità del Majore, anche oltre l'"habitacione". Ad ogni villa era, infatti, legato un territorio, e in questo erano compresi i beni privati, i beni comunali, i saltus Regi e gli spazi eremi, su cui si stendeva il potere di polizia di questo funzionario(36).

Il Giudicato di Cagliari, prescelto in epoca romana e bizantina come sede delle maggiori magistrature civili e militari, fu, nell'oscuro periodo dei Regni sardi, il maggiore e più autorevole interlocutore di Bisanzio e dell'Impero. Questo ruolo gli consentì di assimilare più profondamente, rispetto ad altri territori isolani, gli usi e i costumi della civiltà bizantina, e di maturare, prima degli altri, una coscienza istituzionale(37). Il ruolo che il Regno di Cagliari svolse in ogni Epoca, fu sempre profonadamente legato alla conformazione ed alla posizione del suo territorio. Contava, infatti, all'interno dei suoi confini, una delle zone pianeggianti più fertili e significative di tutta l'isola: il Campidano di Cagliari e numerose Curatorie la cui produzione di cereali costituì sempre un elemento determinante per i Sovrani.

Tra la metà del secolo XI e la metà del secolo XII si assiste, in Sardegna, alla nascita di 14 nuove Diocesi(38).

Questa ridefinizione delle circoscrizioni ecclesiastiche può essere stata ispirata dalla preoccupazione di rielaborare gli antichi Vescovadi greci, di cui, soltanto quattro: Cagliari, Sulcis, Torres e Civitas sarebbero sicuramente sopravvissuti al tramonto della presenza bizantina(39). La nuova situazione è anche, probabilmente, il riflesso dell'aumento della popolazione, come pure di una tappa decisiva del movimento di colonizzazione rurale(40). Le pianure e le colline cerealicole beneficiarono, infatti, di 11 Diocesi: 4 a Nord, 4 ad Ovest, 1 a Sud (Dolia) e 2 ad Est, Suelli e Galtellì. La Diocesi con sede a Suelli compare per la prima volta nella storia col suo Vescovo San Giorgio, nativo di Cagliari, eletto nel 1070 all'età di 22 anni, e morto fra il 1112 e il 1117. A Suelli, piccolo paese della Trexenta e, quindi, entro il territorio della Diocesi Dolienses, con la quale formava un "enclave", aveva sede la Diocesi Barbariense, che comprendeva l'Ogliastra, la Barbagia di Seulo e giungeva fino a Nord, comprendendo Orgosolo e Oliena(41). La sede di Suelli doveva apparire più propizia per il Vescovo di Barbagia poichè il luogo si trovava tra la via fra la Barbagia e Cagliari, non troppo distante da quella per esercitarvi le funzioni vescovili, non troppo remota da Cagliari, sede del Giudicato.

La villa di Suelli fu donata a San Giorgio da Torgotorio, Giudice di Cagliari, testimonio ed ammiratore delle sue virtù, in occasione di un miracolo fatto dal Santo in suo favore e narrato dallo stesso Torgotorio nella carta di donazione. Tale Carta fu confermata da Benedet

ta de Laccon, Giudicessa di Cagliari, con diploma del giugno 1215, che si conserva nell'Archivio Arcivescovile di Cagliari. Anche Sinispella fece dono a San Giorgio dei villaggi di Simieri e di Sigi.

La Cattedrale di Suelli era officiata da un arciprete con la prebenda di Tortolì, e da sei canonici(42).

Le fonti circa la Chiesa Doliense(43), a cui apparteneva la Trexenta, iniziano col 1089. Il 30 giugno di tale anno, infatti, il Vescovo di Dolia, Vigilio, firmò in qualità di testimonio, un atto del Giudice di Cagliari, Costantino, in favore del monastero dei SS. Giorgio e Genesio, dipendente dal monastero di S. Vittore di Marsiglia. Questo documento pone così nella storia scritta il nome del primo Vescovo della Diocesi di Dolia.

La giurisdizione ecclesiastica della Diocesi di Dolia si estendeva dall'attuale Soleminis fino a Serri e Nurri, a Est ad Armungia, e a Segariu ad Ovest, fino ai limiti di Villamar. La Diocesi comprendeva 92 parrocchie, posto che includeva le Curatorie di Dolia, Trexenta, Seurgus e Gerrei.

La sede episcopale di Dolia era l'attuale basilica di San Pantaleo, che fu eretta intorno al 1170 su una ex costruzione paleo-cristiana del secolo VII o VIII, quindi bizantina; ciò trova conforto nei ritrovamenti avvenuti durante gli scavi effettuati, nel 1925, sotto il bresbiterio. Nell'occasione, oltre a numeroso materiale archeologico fu trovato un pozzetto battesimale scavato sulla roccia, del tipo ad immersione, che era usato nei primi secoli del cristianesimo;

ed ancora, un frammento di pilastrino in marmo, dagli esperti attribuito fra il VII e X secolo. Sotto l'attuale altare ne fu ritrovato un'altro di epoca precedente.

Il Capitolo di San Pantaleo di Dolia era formato da dodici canonici, uno dei quali era decano.

Il 20 luglio 1219 Torgotorio -Pietro di Massa- Giudice di Cagliari, fa donazione ampia e irrevocabile a suo figlio Salusio di Laccon -Guglielmo di Massa- ed ai di lui eredi e successori, della Incontrada di Trexenta, in contemplazione del matrimonio che doveva contrarre Adelasia (Malaspina); e, nel diploma, descrive minutamente tutti i luoghi, città, villaggi, terre, salti e boschi, compresi nella donazione, ed una accurata descrizione dei confini della regione(44). Incontrada è un termine che si trova frequentemente negli antichi diplomi sardi, e significa una grande estensione di territorio nei rispettivi Giudicati dell'isola. Queste Incontrade prendevano il nome o del paese principale o dalla posizione geografica e topografica, o dalle produzioni naturali, o dalle industrie più comuni che li distingueva gli uni dagli altri. Nella loro ampia cerchia comprendevano varie Curatorie.

"In nomine Patris et filii et sptus Sci amen.

Ego Iudex Torgodori pro voluntade de Dominu Deu potestando parti de Calari pro puru amori qui appo a fillu miu Salusi de Laccon de grado et de certa sciencia li fazu donationi et irrevocabili inter vivos dessa Incontrada de TREXENTA a isse et a filios suos et heredes suos et generatione sua dessa dita Incontrada de TREXENTA cum sas villas

populadas et sensa populari, et saltus, terminis, vassallus, hominis et feminas, domus, rius, mizas, funtanas, pardos, montis et pasturas, silvas, molentis et atterus pegus de bestiamini, et totu sos ceteros dretus et pertinentias, et confinis dessa dita Incontrada de TREXENTA, cum totu sa Jurisdictioni alta e baxa civili et criminali prossas quales villas et saltus, terminis et lacanas dessa Incontrada sunti custas: sa villa de GUEYMAJORI, sa villa de SELEGAS, sa villa de SANCTU SATURJU, sa villa de SINCEJ, sa villa de SITGI, sa villa de SIMIELJ, sa villa de ARCO, sa villa de SENORBI', sa villa de SEGOLAY, sa villa de ARIXI MAGNO, sa villa de ARIXIA PICCIA, sa villa de PLANO NEOYS, sa villa de SCU BASILY, sa villa de FRIUS, sa villa de DONNIGALBA alba, sa villa de DONNIGUALA, sa villa de ALLUDA, sa villa de VILLACAMPO, sa villa de BAXO DE ONJGO, sa villa de FUGAT de Sitilj, sa villa de BARRALA, sa villa de FONTANA SICINJ, sa villa de...., sa villa de DEY, sa villa de LIRJ, sa villa de GIOSO, sa villa de STEBERA, sa villa de SURBAU, sa villa de NECACESOS, sa villa de ZURY, sa villa de BANXO DE NIRI, sa villa de PAU, sa villa de FRAUS, sa villa de SEGACIU, sa villa de CARRARXO, sa villa de SANCTA JUSTA de Lanexi, sa villa de GUOEZILA, et totu sas atteras villas qui siant dintru de sa Incontrada de TREXENTA, sa quali Incontrada cum totu sas villas, hominis, feminas, domos, rius, mizas et fontanas, pardos et montes, pasturas et silvas, molentis et totos ateros pegus bestiaminj, et totus ateros dretus qui nos tenemus facemus donationj a filiu nostru SALUSSI de Lacono pro puru amori et pro contemplatcionj de su matrimonju qui fagujt da voluntadi nra cum Dna ADALASIA, sa quali donationj bolemus qui siat irrevo

cabili, et bolemus qui siat pro jssu et pro totu sa generationi de legitimu matrimonju; sa quali Incontrada li donamos cum totu sa jurisdictioni alta et baxa cum su criminali meri et mixti iperj; cum totos sus saltus terminis cum sas villas et incontradas seguentis etc....

...Sa quali Incontrada de TREXENTA, saltus, terminis et lacanas in supra naradas, cum sos hominis et feminas, domos, rius, pardos, funtanas, mizas, montes, planos, silvas, et totus aterus deretus, et pertinente jurisdictionj, qui nos tenemus in sa dita Incontrada, damos de grado nostru, et puru amori assu fiju nostru SALUSSI de LACCON pro substentazoni et contemplazoni dessu matrimonju qui issu faguet cum sa dita DONNA DALASIA, et volumus sa dita donationi, siat pro issu, heredes et subcessoris suos, et la damus cum totu sa jurisdictioni, altu et baxu, civili et criminali, meri mixti ipperj, et totus sos deretus pertinentes qui nos emus in sa dita Encontrada de totu li femus donactioni. Furunt fatus sus ditus attus in sa villa de SUELLJ XX dessu mesi de lampadas, anno incarnationis Domini nostri Iesu Christi millesimo duecentesimo decimo nono. Furunt is testimongius clamados et presentis sus honorabilis Donno Atzercho Utualj, Contini de Zori, Atzercho de Uda, Basilj de Lacono. Et pro majori seguridadi, et firmadu dessu fudi missidu su sigillo commui dessu ditu Senjori Judigi de issu mandu seri pendenti in hoy missidu JUDIGI TROGUODORJ...".

Il ruolo che la Sardegna svolse nell'economia del Medioevo, è in gran parte indiretto: non affonda, cioè, le sue radici nelle condizioni interne, ma nella particolare posizione geografica dell'isola. Fra

le diverse rotte che tessevano tutto il Mediterraneo, la più breve e la più sicura era la cosidetta rotta insulare, quella che nel basso Medioevo sarà la "via delle spezie".

Le navi che dagli estremi porti occidentali dovevano recarsi oltremare toccavano le Baleari, la Sardegna, Creta e Cipro.

la Sardegna, per converso, ha sempre rappresentato l'antemurale della penisola italica, dalla Toscana alla Liguria. Qui era la chiave della difesa, e dell'offesa, nei confronti dei nemici africani o iberici.

La Sardegna medioevale, quindi, vive per la sua fascia costiera, piuttosto che per le sue effettive posibilità di produzione(45).

Genova e Pisa, sin dall'XI secolo davano inizio, in concorrenza, alla conquista dei mercati sardi: mercati di vendita da un lato e mercati d'acquisto dall'altro, per il sale, i prodotti dell'agricoltura e della pastorizia.

Pisa e Genova favorirono la ripresa della vita economica isolana nonché la formazione di una classe mercantile sarda venuta fuori dai maggiorenti prima ancorati alla terra.

Del resto, se non si tiene conto del ruolo di primissimo piano che giocarono i fertili Campidani, comprese le aree collinari della Trexenta, tra le più importanti dal punto di vista della produzione dei cereali, nelle scelte dei governanti sardi, non si potranno comprendere a fondo le vicende politiche dei quattro Regni, e non si potrà va

lutare a fondo l'azione dei vari Sovrani, che non sempre erano strumento dei pisani e/o dei genovesi, perseguendo pur essi, anche se destinati a perdere, propri disegni politici(46).

I quattro Giudicati avevano una spiccata vocazione terrigena.

La stessa economia di tipo curtense, basata quasi esclusivamente sull'agricoltura e sulla pastorizia, conferma questa vocazione.

I Giudici, lasciarono, appunto, ai pisani e ai genovesi la colonizzazione delle coste ed il conseguente predominio commerciale nel Mediterraneo(47).

Un altro elemento della rinascita agricola sarda fu costituito dalle nuove fondazioni monastiche. Benedettini (Vittorini) e Camaldolesi, soprattutto, contribuirono alla ripresa agricola. Anche questo fenomeno, in parte, rientra nell'ottica continentale dei Giudici, i quali chiamarono i monaci anche per risollevare le sorti dell'enorme patrimonio agricolo dell'isola, caduto in deplorevole abbandono dopo la partenza dei monaci bizantini(48).

Le vastissime concessioni fondiarie venivano, infatti, condizionate "ad plantandum, ad stirpandum" affinchè i monaci "ordinent et lavorent et edificent et plantent".

I monasteri isolani disponevano di numeroso bestiame, di forti produzioni di formaggio, di vino, di carni salate e affumicate, di lardo in particolare, conservati in vaste cantine, in caciaie e in magazzini saturi di ogni ben di Dio. Inoltre, disponevano di grandi quantitativi di lana e di pelli d'ogni genere. Erano monasteri naviganti nell'abbondanza e nella più sfacciata ricchezza, i cui Abati non

disdegnavano di trascorrere le loro giornate a cavallo, a caccia, seguiti da numerosi invitati e servi e addestratori di falchi(49). Producendo nei loro monasteri il necessario per la comunità e i loro stessi vestimenti, i monaci non spendevano nulla della moneta che incassavano con la vendita dei loro prodotti, né per l'acquisto di terre, di vigne o di case, poichè quanto acquistavano lo ripagavano con i prodotti dell'agricoltura e dell'allevamento o con prodotti dell'artigianato monastico(50).

L'economia agricola della Sardegna era legata intimamente all'interesse dei monaci, e il denaro era fine a se stesso, e non mezzo di progresso: i servi che producevano così ingenti ricchezze non ne traevano alcun beneficio; considerati come animali da lavoro, ed essendo, persino i figli, spartiti fra i monasteri come il bestiame.

Il 28 novembre del 1223 Papa Onorio III accolse la Regola di Francesco d'Assisi, di cui il 6° capitolo dice: "Frates Nihil approprient, nec domum, nec locum, nec aliquam rem, sed tamquam peregrini ed advenae in hoc saeculo in paupertate et humilitate Deo, formulantes vadant pro elemosyna confidenter". Povertà assoluta, dunque, fino all'elemosina(51).

Nel 1254 Papa Innocenzo IV pubblicò una Bolla in cui si leggono queste gravi parole(52): "Intanto i nostri uomini di chiesa, divenuti gente di legge, cavalcando superbi destrieri, vestiti di porpora, coperti di gioielli, d'oro, di seta, riflettendo i raggi del sole, scandalizzato dal loro acconciamento, fanno per tutto mostra orgogliosa di sé; e nelle persone loro, in luogo del Vicario di Cristo, si danno a

conoscere credi di Lucifero, ed eccitano le ire del popolo, non solo contro sé stessi, ma contro la Sacra autorità, che indegnamente rappresentano...".

Anche Sant'Antonio, in una delle sue prediche esclamava(53): " L'avarizia rode alcuni preti anzi mercanti. Salgono sul Monte Tabor che è l'altare d'oro; e del Sacramento della Salute fanno letame di cupidigia".

In Sardegna, la pacifica rivoluzione di Francesco d'Assisi, che aveva fatto aprire le porte della libertà ai servi, schiavi dei campi, provocò l'esodo di questi dalle aziende dei monaci della Chiesa e dei grandi proprietari laici, senza che nessuno potesse arrestarne la partenza, assettati come erano di libertà(54).

Era una massa incalcolabile. Molti si ribellavano e si redimevano dalla schiavitù determinando il crollo pressochè subitaneo dell'agricoltura monastica e di tutti gli Ordini ricchi(55).

Il Medioevo finì, in Italia ed anche in Sardegna, con l'emancipazione dei servi, con la libertà degli schiavi.

Nel corso del XIII secolo il Giudicato di Cagliari si dissolve: la vecchia capitale, già denominata Castello (o Castrum Callari), viene assunta sotto il dominio diretto di Pisa, mentre il paese viene diviso fra le grandi famiglie pisane: Visconti, Gherardesca, Donoratico e Capraia, che avevano cooperato all'impresa conquistatrice e che riconoscevano, a titolo feudale, da Pisa, il loro possesso.

D'altronde, il predominio completo di Pisa nel Giudicato di Cagliari si ebbe già verso il 1190, quando il governo cagliaritano passò a Guglielmo di Massa. Si ebbe in questo periodo il completo dominio di Pisa.

Penetrava, in questo periodo, nell'isola, la famiglia pisana dei Conti di Capraia(56); Guglielmo, infatti, vedovo di Adelasia Malaspina, si univa poco prima del 1206 con Giuisiana di Capraia.

Attraverso questo matrimonio i Capraia si inserivano nelle vicende sarde.

Agli inizi del XIII i Capraia, che , originari del Valdarno inferiore, discendevano dai fiorentini Alberti, Conti di Mangona e di Vernio, si dividevano in due rami: quello degli Alberti, imparentato con i Donoratico, e quello dei Capraia, imparentato con Guglielmo di Massa.

Da Pisa, il Conte Guido Capraia e i suoi familiari, associati nel Comune alla consorteria dei Visconti, passarono in Sardegna e, approfittando della loro parentela con il Giudice Guglielmo e con Ubaldo Visconti, oltre che delle lotte sorte in quel volgere di tempo fra gli stessi Visconti e i Massa, vi si affermarono in brevissimo tempo.

Nel 1256 si ebbe in Sardegna un duro colpo per i pisani: l'erede dei Massa, Ghiano, Giudice di Cagliari, firmò un'alleanza con i genovesi. Ma effettuata una spedizione in Sardegna nel 1257, riconquistarono il Castello di Cagliari e rioccuparono il Giudicato.

Nella lotta tra Genova e Pisa per il predominio nel cagliaritano ebbe una posizione di rilievo Guglielmo di Capraia, che con Giovanni Visconti e con i Conti di Donoratico, Ugolino e Gherardo, capeggiò la spedizione e, dopo la sconfitta dei genovesi, consolidò la sua potenza nell'isola.

Così nel 1257, effettuata la spedizione, sconfitti i genovesi a Santa Igia, i pisani divisero il territorio del Giudicato in tre parti, decretando, con ciò, la fine di diritto del Giudicato stesso.

La prima parte, quella orientale, fu assegnata a Giovanni Visconti, Giudice di Gallura; la seconda, quella centrale, comprendente anche la Trexenta, fu affidata a Guglielmo di Capraia; e divisero la terza parte, quella occidentale, in due parti assegnate rispettivamente a Ugolino e Gherardo di Donoratico. Lasciarono poi al Comune le saline e il controllo del Castello di Cagliari, al quale diedero un'organizzazione di tipo comunale. Distrussero, infine, la villa di Santa Igia.

In seguito alla tripartizione Guglielmo di Capraia, già Giudice dell'Arborea, si trovò quale Signore della Terza parte del cagliaritano, in possesso di zone molto ricche per l'agricoltura e la pastorizia. Già in possesso della Marmilla, che faceva parte del Giudicato d'Arborea, ebbe, oltre alla Curatoria di Trexenta, quelle di Gippi, del Gerrei, del Parteolla, di Nuraminis, di Decimo, e del Campidano di Cagliari, appellandosi "magnificus vir dominus Guglielmus, comes Capraie, iudex Arboree et tertie partis regni callaritani"(57).

Tuttavia, dopo la battaglia della Meloria, fra pisani e genovesi, Mariano di Bas Serra, Giudice d'Arborea, ebbe la possibilità di diventare facilmente Signore del Terzo del cagliaritano, già dei Capraia, e la morte di Anselmo, figlio di Guglielmo, agevolò la sua Signoria(58).

Il 4 gennaio del 1295 Mariano dettò il suo testamento, lasciando al figlio Giovanni d'Arborea e al Comune di Pisa le terre del cagliaritano, già dei Capraia. Inoltre, già nel 1300 i pisani avevano confiscato le terre di Nino Visconti e vi avevano inviato un Vicario a governarle, così come fecero per la parte già dei Capraia, ed avevano affidato a due Rettori le terre già del Conte Ugolino; soltanto gli eredi del Conte Gherardo conservarono i loro possessi nel Sulcis(59).

Nel 1301 nelle terre dei Capraia risiedeva, dunque, un Vicario: Riccardo o Roberto de Barga, un canonico , che a perpetua memoria del Giudice Giovanni d'Arborea faceva costruire un palazzo, sede della Vicaria, in una villa, andata poi distrutta, fra Furtei e Villamar, quella di San Pietro di Bangius o Bangiu Donnico(60). E nel 1303 il Podestà di Pisa, giurava di conservare e di difendere le stesse terre, che per testamento erano state cedute al Comune dal Giudice.

Nel 1313, infine, a maggiore sicurezza, furono stabilite, da parte del Comune, norme per il governo della Trexenta e di Gippi, e nei due territori furono mandati un Rettore per ciascuna regione, e funzionari(61).

Cronologicamente, la Sardegna pisana durò al massimo settanta anni circa. Quando, caduti i Giudicati (tranne l'Arborea), si affermò in Sardegna, il dominio diretto delle due Repubbliche marinare, e princi

palmente di Pisa, questa continuò a far ricorso all'ordinamento feudale. Il Comune ritraeva redditi dai tre Giudicati di Cagliari, di Gallura e di Logudoro oltre che dalle città e dai castelli ivi situati. Ma bisogna ricordare che accanto al Comune, che deteneva le maggiori estensioni di territorio, anche altre istituzioni operanti nella città di Pisa ritraevano dalle terre della Sardegna, ad esse pervenute per via di donazioni o in qualunque altro modo(62).

Fra esse, il primo posto spetta all'Opera di Santa Maria di Pisa, che possedeva terre nei quattro Giudicati; con servi, serve e bestiame, amministrati da propri funzionari(63).

Anche i privati cittadini pisani possedevano terre in Sardegna; in particolare i mercanti che investivano in terreni parte del ricavato delle loro speculazioni o che ne ottenevano la gestione dal Comune(64). Vasti territori venivano ancora ceduti all'autorità di un Signore, tenuto a certe prestazioni e alla promessa di fedeltà.

A tale titolo si ebbero anche certe concessioni al Vescovo di Dolia e ad altri Enti e Signori, che avevano nelle loro terre giurisdizione di mero e misto imperio e che erano tenuti all'obbligo del servizio militare.

La maggior parte del territorio annesso alle ville era coltivato a grano e ad orzo, come si evince dai Registri delle rendite che i possessi terrieri sardi fruttavano al Comune di Pisa(65).

Le terre adibite alla coltivazione dei cereali venivano qualificate come "aratoriae". Esse avevano, generalmente, vasta estensione,e, in prevalenza, diversamente da quanto si verificava nell'alto periodo

giudicale, erano cinte da siepi o da fossi, che impedivano l'ingresso del bestiame; ad esse si contrapponevano le terre di minore estensione adibite alle stesse colture, dette "corrigiae"(66).

La quantità di semente che ciascun fondo poteva ricevere era indicata col nome di "postura". Le campagne erano ricche di case sparse, alcune delle quali appartenenti al Comune e da esso cedute in affitto a sardi; altri edifici erano i "vestari", ricoveri per il bestiame, locali adibiti al deposito di biade e paglia, alloggiamenti destinati ad ospitare gli Ufficiali del Comune che si recavano nelle campagne per la sorveglianza e l'amministrazione dei beni, e per l'esazione dei tributi(67).

Il Comune affidava le sue terre alle comunità delle ville, che per esse corrispondevano un censo annuo; oppure provvedeva direttamente alla coltivazione di esse per mezzo dei suoi servi ed ancelle, che erano numerosi in ogni villa. Talvolta il Comune preferiva affidare le sue terre a degli appaltatori, che si impegnavano alla corresponsione di un canone annuo(68).

Accanto ai possessi fondiari del Comune erano poi quelli degli indigeni. Vi era, quindi, anche nell'epoca pisana, un ceto locale formato da uomini liberi, che sfruttavano anch'essi le risorse agricole e della pastorizia(69).

Vi era anche una categoria di contadini senza terra, probabilmente liberi, che praticavano la mezzadria, indicati come "palatores"(70).

Accanto alla coltura del grano e dell'orzo, aveva un posto preminente quella della vite. Essa veniva coltivata in filari, che dovevano essere formati da un certo numero di ceppi, tanto che l'estensione ed il valore delle vigne erano indicati dal numero dei filari che le componevano.

Anche la coltivazione degli alberi da frutto aveva la sua importanza. Il primo posto per quantità di prodotto e per diffusione, spetta al fico. Tale albero veniva coltivato nelle vigne o in aperta campagna, isolato o in vaste estensioni, che prendevano il nome di "sementa ficuum"(71).

Oltre al fico, erano coltivati l'arancio, il cotogno, il mandorlo, il pero, il susino. Per la Trexenta, oltre al fico, che era il più diffuso, è ricordato anche il melograno(72).

I 5/6 del raccolto di grano, commercializzato, anche nelle annate di abbondanza, a prezzi troppo alti -per interessare il mercato rura- le-, erano consumati dalla popolazione urbana o esportati. Soltanto la sesta parte rimaneva nelle mani dei coltivatori, per assicurare le sementi per l'annata successiva e perpetuare così il sistema(73).

La stragrande maggioranza dei rustici era costituita, ormai, da uomini liberi. Erano ripartiti in due categorie(74): quelli soggetti al pagamento del "datium", e i liberi, normalmente affrancati dalle imposte reali e personali, eccetto un tributo in denaro, il "donamentum".

Questi ultimi appartenevano alla categoria dei "Liveros de caballo", menzionati nella Carta de Logu, cioè miliziani equestri armati ed equipaggiati alla sardesca, che erano in tutto 285, nell'antico Giudicato di Cagliari, verso il 1316-1323. Ciò che distingueva i miliziani a cavallo dagli altri villici, oltre al fatto che fossero affrancati dalla maggior parte delle imposte che gravavano sui loro compaesani, era il servizio militare ad arbitrio del Sovrano. Dovevano essere proprietari di un cavallo da guerra di un certo valore (almeno 8 Lire) e, inoltre, delle proprie armi e dell'equipaggiamento. Erano, altresì, tenuti a presentarsi a tutte le mostre e cavalcate e a qualsiasi altra convocazione. Non vanno, tuttavia, confusi con una vera e propria casta militare.

Riassumendo: i tributi in denaro erano: il datium, imposto a ciascun abitante di ciascuna villa; il donamento, il tributo per la silva; la roatia; il tributo per il salto; quello per i segni di vacche; i diritti dovuti dai possessori di vigne; il diritto dovuto da chi vendeva vino di propria produzione; il diritto di taverna.

I prodotti dell'agricoltura erano dovuti da parte di coloro che possedevano gioghi di buoi, che aravano, e da parte dei palatori. Coloro che allevavano maiali erano, invece, tenuti a versare una parte del loro peculio.

I Prelievi e il fiscalismo, in Trexenta, verso il 1320, risultava il seguente(75): N° di centri abitati 24; numero di contribuenti 607; Datium 28,8%; Donamentum 6,1%; Diritti servili 2,4%; Cereali 49,5%; Bestiame 0,1%; Vino 6,1%; Demanio 7,0%; Prelievo medio per contribuente 43,7%.

Introiti (in Lire, Soldi e Denari aquilini minuti): Diritti in denaro 578,11; Diritti in natura 656,2; Demanio 92,8; Totale 1.327,1.